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The Midfielder

Una vita fatta di calcio e Manchester United. Uno dei migliori interpreti del ruolo di centrocampista e probabilmente il più sottovalutato di tutti. La storia di Paul Scholes, the silent hero.

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Da bambino, la squadra che mi incuteva più paura di tutte era il Manchester United. Ogni volta che guardavo le immagini delle partite all’Old Trafford, avevo la sensazione che gli avversari si presentassero solamente perché erano obbligati. Non pensavo fosse possibile riuscire a vincere contro i red devils. Sono cresciuto con la convinzione che lo United non fosse una semplice squadra di calcio, ma un’idea di collettività e identità che non vedevo da nessun’altra parte. Questo è uno dei motivi per i quali non ho mai dato molta attenzione a Paul Scholes, perché quando guardavo il Manchester vedevo un gruppo solido, una squadra, non riuscivo a concentrarmi sugli individui. Gli undici in campo sembravano tutti la stessa identica persona.

C’è anche da dire che da piccolo ero più attratto dai giocatori funambolici, o quanto meno da quelli che giocavano in attacco, motivo per il quale solo l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla corte di Ferguson, riuscì a far vacillare la mia concezione di United come gruppo. Di Paul ho due ricordi nitidi e chiari, il primo risale alla semifinale di andata di Champions League della stagione 2006/07. Il mio Milan si presentò all’Old Trafford con quel ragazzino dalla faccia pulita che sulle spalle portava il numero 22, capace di far vivere un primo tempo da incubo ai tifosi del Manchester. Nella ripresa gli uomini di Ferguson ribaltarono il risultato, vincendo per 3 a 2. Il secondo gol lo segnò Rooney, servito da un assist di Scholes di una bellezza infinita. Il centrocampista inglese regalò un cioccolatino al suo compagno, con quello che possiamo definire una sorta di pallonetto: il numero diciotto non diede un colpo secco al pallone, ma lo accompagnò staccando il piede al momento opportuno e lasciando che la sfera superasse Nesta e finisse sul petto di Wayne.

L’altro ricordo risale alla stagione successiva, ancora in semifinale di Champions e sempre all’Old Trafford. I red devils affrontarono il Barcellona, dopo il pareggio a reti bianche dell’andata il ritorno venne deciso da una perla dell’eroe silenzioso.  Zambrotta, dopo aver fermato l’azione di Cristiano Ronaldo, allontanò verso la zona centrale del campo, Paul fu il primo ad arrivarci e indisturbato si inventò un gol sensazionale. Un tiro potente di collo esterno che andò ad insaccarsi sotto l’incrocio dei pali.

Scholes nasce a Salford, una cittadina di 70 mila abitanti nella contea della Greater Manchester. E’ il 1974, negli Stati Uniti si forma l’hip hop e scoppia lo scandalo Watergate, mentre a Londra cinque persone perdono la vita in un pub fatto esplodere dall’IRA. Dopo soli 18 mesi si trasferisce con la famiglia a Langley, sempre nella stessa contea. È qui che il piccolo Paul inizia a dare i primi calci al pallone, indirizzandolo contro una ringhiera che si trova alla fine della via di casa. Lo fa spesso e il rumore della palla dà fastidio ai vicini. Dopo svariati richiami nei confronti dei suoi genitori, al bambino viene impedito di continuare a giocare ed è costretto a trovarsi un altro posto.

All’età di 14 anni arriva la prima svolta della sua vita, mentre sta disputando un torneo scolastico per la St.Mary High School, viene notato da un osservatore dei red devils. Incomincia ad allenarsi con il Manchester, anche se è ancora tesserato per la squadretta del quartiere. Tre anni più tardi Paul si trova di fronte al bivio: calcio o cricket? Sì perché il ragazzino dai capelli arancioni eccelleva in entrambi gli sport. Quale fu la sua scelta, penso non ci sia bisogno di ricordarla. Finalmente viene tesserato dallo United, dando inizio ad una storia d’amore che durerà ventidue anni.

Lui è uno, probabilmente il migliore, dei sei componenti della “Class of ‘92”, che farà la storia del club per le successive stagioni. Gli altri cinque sono Butt, Beckham, Giggs e i fratelli Neville. Pensare che le prime due stagioni Scholes le gioca nel ruolo di seconda punta, perché Ferguson lo vede bene in quella posizione. La svolta della sua carriera arriva quando un infortunio di Roy Keane obbliga l’allenatore scozzese a spostarlo in mezzo al campo. Non lo muoverà mai più da lì.

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In quel 4-4-2 Paul era il regista. Come ha detto Adani, il regista non è un ruolo, ma un compito. Scholes questo compito l’ha svolto egregiamente. Il pallone doveva necessariamente passare da lui, era un giocatore freddo, capace di prendere in mano la squadra, intelligente tatticamente e meraviglioso dal punto di vista tecnico. L’intelligenza tattica gli permetteva di essere un ottimo recuperatore di palloni, Paul leggeva in anticipo le intenzioni degli avversari, riuscendo ad essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Se c’era da usare le maniere forti, non si faceva di certo problemi. Da buon inglese, di origini irlandesi, nel suo codice di comportamento non esisteva l’idea di tirare indietro la gamba.

Totalizzerà qualcosa come 120 cartellini in carriera, dei quali solo il 10% rossi. Anche per quanto riguarda la fase offensiva, il repertorio dell’inglese era eccellente. Personalità nell’abbassarsi a prendere la palla, visione di gioco ottima, con lanci ad attraversare tutto il campo, che andavano a depositarsi precisi sui piedi dei compagni. Non si limitava a giocare la palla, nelle situazioni di passaggi brevi, subito dopo aver depositato la sfera, si muoveva per fornire subito al compagno una possibile giocata. Attaccava in maniera egregia lo spazio, molti goal infatti arriveranno da situazioni di respinta della difesa, e lui che in corsa da dietro si trovava ad avere una visuale ottima per scaricare in porta.

Il modo di calciare di Scholes, dovrebbe essere insegnato all’Università. Coordinazione e preparazione del tiro sempre impeccabili. La palla veniva colpita di collo pieno, lasciando andare la gamba, per dare alla sfera una potenza difficile da domare. Pensare che prima di tesserarlo non tutti dalle parti dell’Old Trafford erano convinti. Era basso, quasi rachitico, non troppo veloce. Inoltre neanche la salute era delle migliori, Paul infatti per tutta la carriera ha avuto a che fare con asma e diabete di tipo 1. Difficile da credere se si riguardando le immagini, perché era veramente dappertutto, in ogni zona del campo, altro che problemi di salute.

<> on November 24, 2010 in Glasgow, Scotland.

<> on November 24, 2010 in Glasgow, Scotland.

Nella vita di Paul c’è stata una sola costante, il pallone. L’oggetto sferico ha avuto più importanza di ogni altra cosa, le interviste, gli sponsor, i contratti, non hanno mai attirato la sua attenzione. Una vita tranquilla, dopo il triplice fischio amava passare il tempo libero a casa con moglie e figli. Un ragazzo normale, che in quest’epoca finisce per essere descritto come un anti-eroe. Uno che si distingue da una massa di calciatori, che prima di tutto sono personaggi e poi, forse, giocatori. Lui invece era un signore del calcio.

Una carriera piena di successi, 11 Premier League, 3 Coppe d’Inghilterra, 7 Community Shield, 3 Coppe di Lega, 2 Champions League, una coppa intercontinentale e una coppa del mondo per club. Il miglior trofeo che Paul abbia mai vinto, sono sicuramente le parole che hanno speso nei suoi confronti compagni ed avversari. Per tutti, lui è stato il migliore in assoluto. Si ritira nell’estate del 2011, dopo la sconfitta in finale di Champions contro il Barcellona. A gennaio dell’anno successivo, Ferguson si vide costretto a richiamarlo e lui non si fece di certo problemi a riallacciarsi le scarpette.

Vieira disse che il suo ritorno mostrava un po’ di debolezza da parte dei red devils, perché chiedevano ad un trentasettenne di ritornare a giocare. Ferguson rispose dichiarando che era una disperazione accettabile, riportare in campo il miglior centrocampista britannico degli ultimi 20 anni. Veste il numero 22 al suo rientro, ma la musica non cambia. Riprende da dove aveva lasciato, lì in mezzo al campo, a mostrare agli altri cosa vuol dire il compito del regista. Dicono che il valore delle cose lo si capisce quando le si perdono, non penso che qualcuno a Manchester, mentre Paul giocava, abbia commesso l’errore di non accorgersi della sua importanza . Probabilmente dopo il suo addio, in molti avranno pensato che uno così, era meglio farlo clonare.

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Foto del profilo di Gezim Qadraku
Nato in una fredda sera di novembre a Prishtina, è cresciuto in Italia e ora risiede in Germania. Studia scienze politiche internazionali, ma non ha la più pallida idea di cosa fare nel futuro. Due grandi amori, il calcio e i libri.
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