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L’addio di Ray Ray

Di maglie ne ha indossate 5, di titoli NBA ne ha vinti 2 e non manca l'oro olimpico. Vita, morte e miracoli di un cecchino capace di mettere a segno 2973 triple, per un totale di 8919 punti realizzati da fuori la lunetta.

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1° novembre 2016. Il day-after una delle feste più sentite oltreatlantico è caratterizzato, oltre che dallo scandalo per le e-mails della candidata democratica Hillary Clinton poste sotto indagini dall’FBI a 7 giorni dal voto, da un’altra notizia che ha scosso molti americani. E non solo. Ad essere stati colpiti, in particolare, sono stati gli amanti della palla spicchi. A 41 anni e le ultime due stagioni da free-agent, Ray Allen ha annunciato il suo ritiro dalla pallacanestro giocata.
I meno appassionati di NBA si chiederanno chi è costui, magari perché abituati a sentire principalmente i nomi attualmente più “in voga”: Steph Curry e LeBron James, per citare due delle stelle più importanti nelle ultime stagioni.

Walter Ray Allen Jr., nato a Merced (nella valle di San Joaquin, in California) il 20 di luglio del ’75, è stato (ahimè) uno dei cecchini più letali della pallacanestro in era moderna. Molti addetti ai lavori lo considerano IL più importante, perlomeno dagli anni Novanta ad oggi. E tutti i torti non ce li hanno, perché se chiudi la tua carriera con una percentuale realizzativa di tiri dal campo del 45,2% e di tiri liberi dell’89,4% di certo non sei proprio uno sprovveduto. Da bambino Ray ha girato un bel po’, essendo un military child come si suol dire in America: nato in una base aeronautica, ha trascorso l’infanzia e l’inizio dell’adolescenza tra Inghilterra, Germania, Oklahoma, California e, per ultimo, South Carolina dove frequentò la High School. Come quasi tutti i suoi colleghi, arrivato in età universitaria, è entrato in un College e, simultaneamente, nel mondo della pallacanestro. Scoperto da coach Karl Hobbs, nel 1993 entrò nella UConn (University of Connecticut), dove hanno sede i Connecticut Huskies di cui divenne subito titolare. Già da qui si può capire tantissimo di ciò che poi Allen sarebbe diventato: la squadra è sesta nell’albo d’oro del Campionato di pallacanestro della Division I NCAA, non propriamente una squadretta. A conferma del suo talento arrivò, nel 1995, il premio di “USA Basketball Male Athlete of the Year”, che nell’1983 e ’84 fu assegnato a un certo Michael Jeffrey Jordan.

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Dopo 3 stagioni e 1922 punti messi a referto si dichiarò eleggibile al Draft 1996 e fu scelto al primo turno come quinta scelta, team: Minnesota Timberwolves, che lo girano da subito nel freddo Wisconsin, precisamente a Milwaukee. Per la cronaca, nello stesso Draft, la prima scelta assoluta fu Allen IversonThe Answer, un altro destinato a diventare grande. I fantomatici “problemi di adattamento” non lo sfiorano quasi per nulla: nelle prime cinque stagioni non salta neanche un match, ottiene delle medie realizzative già altissime e all’All-Star Weekend 2001 vince la gara dei tiri da 3 punti, una delle più spettacolari del weekend delle stelle. Inoltre, gioca anche l’All-Star Game nelle stagioni 2000, 2001 e 2002, vincendo il secondo. Nelle fila dei Bucks stabilisce diversi record della franchigia, tuttora imbattuti: numero di partite consecutive giocate (QUATTROCENTO, fisicamente un mostro), tiri da 3 realizzati in una stagione (229) e in tutta la sua storia nel team (1051) i più importanti. Durante la sua militanza, trascina il team per ben 3 volte ai Play-offs raggiungendo nel  2001 le finali di Conference dove vengono sconfitti per 4-1 proprio dai 76ers di Iverson. Siccome non bastano i successi in NBA, nel 2000 vola a Sydney con la squadra olimpica. Non serve specificare che anche quell’anno ritornarono in Patria con la medaglia d’oro, conquistata sulla Francia.

Inizia ora una pagina nostalgia: in una trade del mercato tra le stagioni 2002-03 e 2003-04 viene scambiato con i Seattle SuperSonics. Se vedete le classifiche di quest’anno non troverete questa squadra della Jet City del nord ovest. Ebbene sì, la franchigia non solo si è trasferita di circa duemila miglia direzione sudest, ma ha anche cambiato denominazione. Se volete trovare questa squadra dovete cercare Oklahoma City Thunder. Ho una particolare simpatia per la città di Seattle, la città di Jimi Hendrix e del grunge, e questo trasferimento (che non è stato il primo e non sarà l’ultimo) avvenuto ormai da più di 8 anni non l’ho ancora digerito. Tornando al nostro numero 34, anche nello stato del Washington ha dimostrato le sue doti sopra la media nonostante alcuni problemi fisici che l’hanno costretto ai box per diverse partite. A livello di risultati collettivi, la stagione migliore delle cinque giocate nei Sonics fu senza dubbio la 2004-05, l’unica in cui accedettero alla postseason. A livello di risultati individuali, invece, bisogna necessariamente parlare nello specifico dell’ultima stagione in maglia verde-oro-bianca. Allen giocò 55 partite, di cui una leggendaria contro gli Utah Jazz del gennaio 2007 in cui segnò solo 54 punti, e chiuse la stagione con una media punti per partita di 26,4, la più alta della sua carriera. Nel periodo di Seattle ottenne anche 4 chiamate nelle fila del team della Western Conference.

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A fine stagione cambiò casacca, spostandosi dall’estremo nordovest all’estremo nordest del Paese. Direzione Massachusetts, nella cosiddetta City of Champions: Boston. La stagione 2007-08, la 22ma dall’ultimo titolo conquistato con il grande Larry Bird nell’85-86, vide l’arrivo, insieme a Ray Allen, di un altro giocatore ritiratosi anch’egli quest’autunno, 39 giorni prima il 1° novembre. Ovviamente parliamo di The KidKG Big Ticket, scegliete voi il nickname che preferite: Kevin Garnett. Questi due campioni, insieme a Paul Pierce che nei Celtics giocava già dal 1998, formarono un trio (delle meraviglie, aggiungerei), passato alla storia come i Big Three. Primo tentativo: finale di playoff contro gli storici rivali dei Lakers, vittoria per 4-2 e il titolo ritorna a Boston. Non solo la soddisfazione incommensurabile del primo anello, ma anche un altro record scritto negli annali: 7 triple realizzate nell’indimenticabile 131-92 di gara-6. Già dalla prima stagione questi tre dimostrarono che avrebbero potuto fare tanto, tantissimo. Questo, però, rimarrà l’unico titolo che vinceranno insieme. Ma si sa, lo sport non è fatto esclusivamente di titoli: la chiave è divertire, emozionare, APPASSIONARE. E loro ci sono riusciti, alla grande. Conquistarono tutti e cinque gli anni i playoffs, arrivando in finale nel 2010, sempre con i Lakers, venendo però sconfitti in gara-7.

Continua anche qui ad inanellare convocazioni all’ASG (3) e a stabilire record (stagione 2008-09: 95,2% di tiri liberi realizzati, per nominare il più importante). La consacrazione personale nell’Olimpo della National Basketball Association avviene il 10 febbraio 2011: contro i L.A. Lakers (sempre loro) raggiunge la vetta della classifica di Three-Pointers Made con 2562, superando il record di Reggie Miller, bandiera degli Indiana Pacers. A fine carriera saranno 2973, un record destinato a durare a lungo. Al termine della stagione 2011-12 lascia Boston e si trasferisce a sud, in Florida, nei Miami Heat. Gioca in due stagioni 152 gare di Regular Season e 43 di Playoffs, partendo titolare in sole 10 occasioni. Ciò non gli impedisce di vincere il suo secondo e ultimo titolo NBA, vincendo le Finals 2013 sugli Spurs. L’anno successivo raggiunsero nuovamente l’ultimo atto della stagione, perdendo contro la compagine di San Antonio (in quell’occasione Marco Belinelli divenne il primo ed unico italiano a vincere l’anello). Quella del 15 giugno all’AT&T Center fu la sua ultima partita: al termine della stagione divenne free agent, rimanendo svincolato fino al ritiro.

Concludiamo con qualche statistica: 1471 partite giocate, di cui 1270 nel quintetto di partenza; media punti di 18,9 in regular season e 16,1 nei Play-offs.

Percentuale di liberi realizzati 89,4% in regular season, 88,3% nei Play-offs; 40% di tiri da tre realizzati, sia in regular season sia nei Play-offs.

2973 triple realizzate, per un totale di 8919 punti realizzati da fuori la lunetta.

E se non è il più grande cecchino di tutti i tempi poco ci manca.
Thanks Ray, we’ll miss you.

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Foto del profilo di Angelo Ceci
Nato in Puglia, con il cuore a metà tra la mia terra e l’Inghilterra. Così come è a metà tra il mio Bari e il West Ham United. Appassionato di qualsiasi cosa abbia a che fare con il termine sport. Altri due amori: la musica (ascoltata, suonata e vissuta) e il viaggiare. Sogno nel cassetto: non avere mai vuoto il cassetto.
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