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Il colosso di Maroussi: Spyros Louīs

La vita di Spyros Louīs si mescola ai miti dell'antica Grecia: figlio di umili vignaioli, leggenda vuole che prima di trionfare alla Maratona si sarebbe fermato lungo il tragitto per bere un calice di vino.

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Avrei potuto titolare “Il maratoneta” questo mio pezzo dedicato a Spyros Louīs, il greco che vinse la maratona ai primi Giochi olimpici moderni nel 1896 ad Atene. E invece no, non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché sarebbe stato esageratamente semplice, se non addirittura banale.  E allora mi sono incamminato in un’altra direzione. Ho scelto “Il colosso di Maroussi“, splendida quanto poco conosciuta opera di Henry Miller, per due motivi. Il primo: nel titolo si cita la città – o meglio, il villaggionatale di Louīs. Il secondo: quello di Miller è un libro a cui sono particolarmente affezionato. Era il novembre di sette anni fa e andai a trovare un’amica a Roma: stavo faticosamente cercando di andare avanti dopo la fine di una storia d’amore e avevo presentato domanda per andare a fare uno stage ad Atene, in ambasciata o all’istituto italiano di cultura, tramite il bando Mae-Crui. Arrivato a Termini, la mia amica mi disse che sarebbe arrivata di lì a poco: nell’attesa entrai nella libreria della stazione, dove m’impongo di fare sempre un salto quando vado in treno a Roma. E, tra i vari scaffali, mi ritrovai tra le mani questo libro. Maroussi – ma questo già lo sapevo – è nella conurbazione di Atene: sarà mica un segno del destino?, pensai. Naturalmente lo prendo. Esco dalla libreria e davanti ai miei occhi si palesa la pubblicità di una compagnia aerea: c’è una grande anfora greca. “Roma-Atene a partire da…“. Secondo segno del destino? Beh, forse sì. Perché poche settimane dopo arrivò la telefonata tanto attesa: ero stato selezionato. Sarei andato nella patria dei Giochi olimpici..

La vita di Spyros Louīs ricorda quei miti dell’antica Grecia a metà fra leggenda e verità: ufficialmente, di lui, si sa ben poco. Giusto giusto che nacque il 12 gennaio 1873 – il 31 dicembre 1872 secondo il calendario gregoriano utilizzato all’epoca in Grecia – a Maroussi, un villaggio alle porte di Atene oggi divenuto una delle principali periferie della capitale ellenica. Che i genitori gli affibbiarono il nome Spyridōn – da qui il diminutivo con cui è entrato nella storia. E, soprattutto, che è stato il vincitore della prima, storica maratona dei Giochi olimpici nell’era moderna.Quando viene al mondo, Spyros è il quinto e ultimo figlio di una coppia di vignaioli di umili condizioni. Di lui è stato scritto che fosse un pastore o un militare, ma secondo una delle ipotesi maggiormente accettate è stato un portatore d’acqua. E no, non nel senso di “gregario”, di “faticatore” come definiremmo oggi un mediano nel calcio: lui lo faceva, o l’avrebbe fatto, per davvero. Il padre Athanasios si recava infatti tutti i giorni ad Atene trasportando un barile carico di acqua e il giovane Spyros gli faceva da prezioso aiutante, preferendo muoversi a piedi anziché a bordo del carro paterno.

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Nel frattempo, grazie al barone francese Pierre de Coubertin – e all’intermediazione di Dimitrios Vikelas tra questi e la famiglia reale greca -, rivive il “mito di Olympia“: in occasione del primo congresso olimpico convocato dallo stesso Coubertin all’università della Sorbona di Parigi nel 1894 – in realtà l’originario argomento di discussione avrebbe dovuto essere il dilettantismo sportivo -, quasi un’ottantina tra intellettuali e nobili accoglie con entusiasmo la proposta di riportare in vita gli antichi Giochi olimpici, rivisitati in chiave moderna. La prima edizione viene fissata per il 1900 proprio a Parigi, ma sei anni di attesa rischiano di far scemare l’interesse e la curiosità. Coubertin, allora, propone di partire di lì a due anni ad Atene, la culla delle antiche Olimpiadi. Il Paese sta attraversando un periodo di forte instabilità economica, tanto che il primo ministro Trikoupis manifesta seri dubbi sulla sostenibilità dell’evento. Ma Vikelas, fine intellettuale con un passato da commerciante che nel 1894 aveva accettato la presidenza del neonato Comitato Olimpico Internazionale, riesce a convincere i reali di Grecia: i Giochi si faranno, con il principe ereditario Costantino in veste di presidente onorario del comitato organizzatore.

E Spyros? Un giorno, accompagnando in calesse il generale Mavromichalis durante il suo servizio militare, scorge alcuni giovanotti che corrono nei pressi del Panathinaiko, il monumentale stadio in marmo costruito nel 560 avanti Cristo e tirato a lucido grazie alla disponibilità, soprattutto economica, del mecenate Georgios Averoff. Si stanno preparando per la maratona, una corsa a piedi di una quarantina di chilometri proposta dal filologo francese Michel Bréal per rievocare uno dei miti più cari al popolo greco – quello dell’emerodromo Filippide, o Fidippide secondo altre fonti, che partì dal villaggio di Maratona alla volta dell’Acropoli di Atene per annunciare trionfalmente, poco prima di morire, la vittoria sui Persiani. È il perfetto raccordo tra gli antichi Giochi e la creatura di Coubertin.

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I greci non vogliono certo sfigurare e, sotto la scrupolosa direzione del colonnello Papadiamantopoulos, mettono in piedi due gare di qualificazione: la prima si svolge il 10 marzo, nell’ambito delle celebrazioni dei Giochi panellenici, e si presenta una dozzina di maratoneti. A trionfare è Charilaos Vasilakos, un giovanotto di 21 anni originario di un villaggio montanaro nel Peloponneso che completa il percorso in tre ore e 18 minuti: indipendentemente da cosa combinerà quasi un mese dopo ad Atene, si è già ritagliato un posto d’onore nella storia vincendo la prima maratona di sempre. Passano un paio di settimane: è tempo di correre ancora, stavolta per entrare a far parte della squadra che avrà l’onore di rappresentare la Grecia ai Giochi olimpici. Stavolta sono 38 gli atleti ai nastri di partenza: per andare ad Atene bisogna eguagliare, se non addirittura migliorare, il tempo di Vasilakos. Si presenta anche Spyros, convinto da Papadiamantopoulos a mettersi alla prova: indossa un paio di scarpini comprati grazie a una colletta promossa da alcuni amici. Nonostante i banchi di nebbia e un terreno ridotto a fanghiglia, Ioannis Lavrentis chiude addirittura in tre ore e 11 minuti. Louīs taglia il traguardo in quinta posizione, sforando di 27 secondi il tempo limite. A rigor di regolamento, non si è qualificato. Però per lui e per il sesto classificato Stamatios Masouris faranno un’eccezione, tenendo conto delle proibitive condizioni in cui hanno corso e del risicato divario tra loro e Ilias Kafetzis, giunto quarto.

Il 6 aprile, giorno del Lunedì di Pasqua – nel calendario giuliano corrisponde al 25 marzo, giorno in cui la Grecia festeggia l’anniversario della rivolta contro gli ottomani che portò all’indipendenza -, si aprono finalmente i primi Giochi olimpici dell’era moderna: 80mila affollano gli spalti del Kallimarmaro e il re Georgios dichiara ufficialmente aperte le gare. Tre giorni dopo, i partecipanti alla corsa trascorrono la notte a Maratona: da qui partiranno il mattino seguente per contendersi la medaglia d’oro. Il Paese ospitante ha ottime possibilità di vincere la maratona o, almeno, di finire sul podio: ben 13 partecipanti su 17 sono greci. Tra i forestieri avrebbe dovuto esserci anche un italiano, Carlo Airoldi, che ha camminato dall’Italia alla Grecia – unico strappo alla regola il traghetto Dubrovnik-Patrasso – con una manciata di spiccioli in tasca. Quando si reca al Palazzo Reale ad Atene, però, si vede rigettare la sua richiesta d’iscrizione: ha vinto un premio di duemila pesetas al termine della Milano-Barcellona e pertanto viene considerato un atleta professionista. O, quantomeno, non dilettante. Una condizione che stride con lo spirito olimpico.

Alle due del pomeriggio del 10 aprile i podisti si allineano uno accanto all’altro sul ponte di Maratona. A sparare in aria il colpo che annuncia la partenza è l’onnipresente colonnello Papadiamantopoulos, al cui segnale scattano tutti con grande fervore. Nonostante i partecipanti siano in larga maggioranza greci, ad assumere il comando della corsa dopo poco più di mezz’ora sono due stranieri: il francese Lermusiaux precede l’australiano Flack – l’americano Blake si è ritirato al ventitreesimo chilometro – quando giunge nel villaggio di Pikermi. Ai lati della strada si annidano parecchi greci provenienti dai dintorni, pronti a rifocillare gli atleti con qualche bibita: sono tutti fermamente convinti della vittoria di Lermusiaux che lo adornano con una corona di alloro sotto un arco di trionfo posticcio messo in piedi per l’occasione. Louīs, pur essendo attardato dal rivale, si concede una breve sosta in un kafenìo locale: la leggenda narra che si scola un calice di vino, ma suo nipote Spyros svelerà in un’intervista che, in realtà, si vide offrire un’arancia e un bicchiere di cognac dal padre della futura moglie Eleni. Poi chiede come se la stanno cavando i suoi avversari là davanti. E aggiunge: «Nessun problema, li sorpasserò e li batterò tutti».

Al trentaduesimo chilometro Lermusiaux, che ha già corso negli 800 e nei 1.500 metri, è allo stremo delle forze dopo aver affrontato una faticosa salita: esausto e superato da Flack, abbandona la competizione. Ma anche il nuovo leader è visibilmente provato dalle precedenti gare sulle due distanze: Louīs lo affianca per poi scrollarselo di dosso alle porte di Ambelokipi, quando l’australiano si ferma a soli tre chilometri dall’arrivo, incapace di tenere il passo del greco. Intanto al Panathinaiko monta l’impazienza: un ciclista ha fatto sapere che in testa c’è Flack, gettando gli spettatori nello sconforto. Poi, una volta venuta a conoscenza degli ultimi aggiornamenti, la polizia manda un messaggero a dare l’annuncio alla famiglia reale: la lieta novella serpeggia tra i gradoni e così un boato generale accoglie l’ingresso di Louīs nello stadio. “Hellene! Hellene” ruggiscono i greci alzandosi in piedi mentre i principi Konstantinos e Georgios scortano il corridore di Maroussi, l’unico a finire sotto il muro delle tre ore, verso il traguardo. Sul podio finiscono altri due ellenici – il già citato Vasilakos e Spyridon Belokas: quest’ultimo, però, ha percorso parte del tragitto a bordo di un carretto e viene così squalificato a beneficio dell’ungherese Kellner.

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«Vedere arrivare il primo in mezzo a tanta festa ed io non poter correre per delle ragioni assurde fu il più grande dolore della mia vita», scrive un dimesso Airoldi nella sua rubrica su La Bicicletta, il giornale che aveva finanziato il suo avventuroso viaggio a piedi ad Atene. «L’unica ragione, a quanto parve a molti, è che era desiderio di tutti che il primo fosse un greco e per questo basandosi sul regolamento venni escluso». Airoldi lancia pure il guanto di sfida al neocampione olimpico, che però declina l’invito. Acclamato come un eroe nazionale dal suo popolo, Louīs non parteciperà più a maratone o altre corse: fa come Cincinnato, ritirandosi a vita privata in campagna con il carro che il re Georgios gli ha regalato. Arrestato trenta anni dopo quel memorabile trionfo con l’accusa di aver falsificato dei documenti militari, e scagionato dopo un anno di reclusione, viene invitato a Berlino in occasione dei Giochi del 1936: avrebbe dovuto viaggiare con la fiaccola accesa ad Olimpia e fare da tedoforo, ma le precarie condizioni fisiche non glielo consentono. Ricevuto da Adolf Hitler, fa comunque da portabandiera della Grecia nel tipico costume degli euzones.

Finito a lavorare come funzionario comunale nella natia Maroussi, muore il 26 marzo 1940: gli sarebbe stato fatale un infarto. Al pari dei suoi antenati degli ultimi secoli avanti Cristo, Louīs conoscerà imperitura gloria anche dopo la sua scomparsa: a lui sono stati intitolati lo stadio olimpico di Atene – quello, per intenderci, dove si sono svolti i Giochi del 2004 e dove il Milan ha conquistato due Coppe dei Campioni – che si trova proprio a Maroussi, ma anche la lunga arteria di collegamento nei pressi del complesso di impianti sportivi. E ancora: gli vengono dedicati l’assai romanzato film “It happened in Athens” del 1962 e due diverse statue a Sydney e Melbourne – qua il monumento giace a fianco di quello di Flack, nonostante il disappunto di molti residenti -, e un anno fa è comparso sulle monete da due euro nel suo Paese. La crisi scoppiata in Grecia, intanto, non ha risparmiato neppure gli eredi di Louīs che hanno dovuto mettere all’asta la coppa in argento assegnata a Spyros dopo la vittoria della maratona: è stata venduta il 18 aprile 2012, a cento giorni esatti dai Giochi di Londra, per più di 541mila sterline alla Fondazione Stavros Niarchos che l’ha così mantenuta all’interno dei confini nazionali. In attesa che venga completato il centro culturale dove sarà esposto, il trofeo è custodito al Museo dell’Acropoli, non lontano da dove arrivò Filippide/Fidippide per annunciare la vittoria di Maratona. Giusto così.

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Un articolo originariamente pubblicato sul sito Storie (stra)ordinarie di Sport.

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