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Benvenuti nel pazzo mondo di Zemanlandia

Le sue squadre hanno proposto un gioco spumeggiante e irripetibile fatto di verticalizzazioni e azioni in velocità che si susseguono in loop. Il modulo 4-3-3 è per lui una filosofia di vita. Ha vinto poco ma una cosa è certa: con Zeman il calcio diventa luna park.

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«È la dura legge del goal fai un gran bel gioco però se non hai difesa gli altri segnano e poi vincono. Loro stanno chiusi ma alla prima opportunità salgon subito e la buttan dentro a noi. È la dura legge del goal gli altri segneranno però che spettacolo quando giochiamo noi, loro stanno chiusi ma chi importa chi vincerà, perché infondo lo squadrone siamo noi». Quando nel 1997 Max Pezzali compose la dura legge del goal, probabilmente, non stava pensando a Zdenek Zeman ma alcuni frammenti del testo della canzone sembrano scritti apposta per lui. L’allenatore boemo, infatti, in carriera ha sempre dato spettacolo, le sue squadre spesso hanno proposto un gioco spumeggiante e irripetibile, ma erano estremamente fragili. La mentalità offensiva era la forza delle compagini di Zeman, ma questa comportava una serie spaventosa di rischi quando attaccavano gli altri. La fase difensiva a volte era lasciata al caso, con difesa altissima e il portiere che agiva da libero aggiunto. Quando assistevi a una partita in cui era coinvolto il boemo era come andare al luna park e salire su un ottovolante o sulle montagne russe; girandola di emozioni e adrenalina a mille, annoiarsi era praticamente impossibile. Personaggio sui generis, schivo e di poche parole ma dotato di un’ironia tagliente, amato e idolatrato ma anche odiato e discusso, di lui si può dire tutto e il contrario di tutto. Uomo dal carattere introverso, taciturno, sempre avvolto nel fumo delle sue sigarette è diventato una sorta di filosofo, con un’etica tutta sua che spesso si è scontrata coi poteri forti e con le tante regole non scritte che reggono il sistema calcistico. Si ricordano le sue polemiche sull’abuso di farmaci, le critiche alla Juve, i taglienti giudizi su Calciopoli e Moggi.

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Zeman ha vinto pochissimo, due campionati di serie B con Foggia e Pescara e poi più nulla, ma nonostante questo ha fatto la storia di questo sport, influenzando il calcio con le sue idee e i suoi dogmi. Zdenek Zeman nasce a Praga nel 1947. Figlio di un primario ospedaliero e di una casalinga, eredita dallo zio paterno Cestimir la passione per lo sport e per il calcio. Si trasferisce in Italia nel 1969 (per la drammatica condizione politica in cui versava Praga in quegli anni con l’invasione dell’URSS nell’estate del 1968), in Sicilia per la precisione dove era già stato più volte durante le vacanze estive in visita dall’amato zio.  In  Sicilia conosce Chiara Perricone, sua futura moglie, che gli darà due figli,  Karel anch’egli divenuto allenatore, attuale tecnico della Reggina in Lega Pro e Andrea. I suoi debutti come allenatore di calcio sono con squadre dilettantistiche. Guida il Cinisi, il Bacigalupo, il Carini, il Misilmeri e l’Esacalza. La svolta è nel 1974 dove, grazie allo zio, diventa responsabile delle giovanili del Palermo, rimanendo in carica per nove anni.  Nel frattempo nel 1979 ottiene a Coverciano il patentino di allenatore di Prima Categoria. Il presidente del Licata Giuseppe Alabisio s’innamora del gioco spumeggiante e sfrontato del boemo e lo ingaggia per cercare la promozione nell’attuale Lega Pro. L’identità delle squadre di Zeman è già chiara fin dal principio. Il suo modulo è il 4-3-3, cui rimarrà sempre fedele, come se fosse una vera e propria filosofia di vita«Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai. Per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3».

Il gioco è super spregiudicato, con difesa altissima sulla linea della mediana e pressing a tutto campo per riconquistare palla e tornare subito ad attaccare. A parte i due centrali difensivi tutti contribuiscono attivamente alla manovra offensiva; oltre i tre attaccanti sono continue le sovrapposizioni dei due terzini di fascia, con i centrocampisti pronti a inserirsi ed entrare in area di rigore. Quando la squadre di Zeman girano e la difesa in qualche modo regge, sono uno spettacolo. Verticalizzazioni e azioni in velocità che si susseguono in loop, per gli avversari è difficile capirci qualcosa. Il Licata ottiene un dodicesimo posto nella prima stagione con il Boemo alla giuda, poi, nonostante un organico non eccelso composto da molti giovani ottiene la promozione al secondo tentativo. Onorevole stagione l’anno successivo in C1, poi in estate passa al Foggia. La prima esperienza in terra pugliese non è positiva, poiché è esonerato dopo uno 0-5 col Cosenza, anche al Parma le cose non vanno meglio e la sua esperienza in Emilia termina col secondo licenziamento consecutivo. I risultati non sono eccelsi ma Zeman col suo gioco spettacolare continua a suscitare gradimenti e giudizi positivi. Nel 1988 torna in Sicilia alla guida del Messina e questa volta le cose vanno meglio. Ottavo posto nel campionato di Serie B, miglior attacco, permettendo a Toto Schillaci di diventare il capocannoniere della competizione con ventitré reti.

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L’istrionico presidente Pasquale Casillo lo richiama al Foggia, le cose andranno in maniera completamente differente rispetto alla prima volta. Nasce il Foggia dei miracoli con il “trio delle meraviglieSignori, Baiano, Rambaudi, il luna park di Zemanlandia raggiunge il punto più bello e più alto«Pretendo che ogni giocatore dia il meglio di se stesso, nel rispetto dell’esigenza di fare spettacolo. “Se non vinciamo, nessun dramma. Mi basta che i ragazzi abbiano dato il massimo». E invece il Foggia vince, dopo un primo anno di assestamento (i rossoneri erano una compagine neo-promossa) dominano la Serie B nella stagione 1990-1991. Manco a dirlo di gran lunga il miglior attacco con 67 goal all’attivo, il Verona ben più accreditato lasciato a sei punti di distacco. La favola del Foggia di Zemanlandia continua in Serie A. Mantenendo invariata rosa, stile e filosofia di gioco i ragazzi del mister di praghese vanno incontro a qualche prevedibile scoppola, ma si tolgono anche tantissime soddisfazioni. Nono, dodicesimo e nuovamente nono posto nei tre anni in A con la compagine pugliese. Risultati incredibili perché ottenuti non giocando arroccato in difesa come una neo-promossa, ma con la sfrontatezza di chi vuole imporre il suo gioco a tutti gli avversari, sia in casa sia in trasferta. Mancini, Fresi, Padalino, Matrecano, Barone, Seno, Codispoti. Questi e tanti altri sono i carneadi che non avevano mai visto la massima serie ma che nel Foggia e nei meccanismi di Zeman sembrano veterani dei palcoscenici che contano. Casillo, inoltre, investe e sa scegliere bene sul mercato, infatti, gli stranieri che porta allo “Pino Zaccheria” (stadio di casa), seppur non conosciutissimi, si riveleranno di grande qualità. Shalimov, Dan Petrescu, Kolyvanov, Brian Roy, calciatori lanciati dal Foggia, hanno poi fatto una ottima carriera in Italia e all’estero.

L’ambiziosa Lazio del presidente Sergio Cragnotti gli offre la panchina per puntare al titolo. Con giocatori come Signori, Winter, Boksic, Fuser, Nedved, Nesta, Marchegiani e il fedelissimo “Rambo Rambaudi” acquistato dal Foggia le possibilità di vincere ci sono tutte. La Lazio del boemo è  bellissima da vedere, dalla cintola in su’ è straripante ma la difesa prende troppi goal. L’esperienza capitolina di Zeman dura due anni e mezzo, una seconda e terza posizione, in entrambi i casi miglior attacco della Serie A con Beppe Signori al vertice della classifica dei capocannonieri. Al terzo anni laziale le cose si complicano; la squadra perde pezzi importanti sul mercato e non trova una sua identità, una sconfitta casalinga col Bologna è fatale al mister di Praga, che viene esonerato. Franco Sensi la stagione successiva offre a Zeman la panchina della Roma, dopo un annata inguardabile, dove la squadra giallorossa ha rischiato la retrocessione. Zeman che non ha mai avuto problemi ad accettare sfide scomode passa dall’altra parte del Tevere e la storia segue la falsariga dell’esperienza laziale. Due buone stagioni costellate da un gran gioco e partite memorabili, ma anche tanta incostanza. Il giovane Totti spostato largo a sinistra nel tridente, fa due anni da fenomeno, iniziando a diventare quel campione che tutti conosciamo. Quarto posto nel 1998 e quinto posto nel 1999, Sensi non lo conferma affidando la panchina della Roma a Fabio Capello.  «Con la Lazio ho ottenuto un secondo ed un terzo posto – dice – sono stati i migliori risultati della mia carriera. Purtroppo, in quegli anni non si poteva lottare per lo scudetto, perchè come si è visto i titoli erano già assegnati prima. Anche con la Roma avrei potuto ottenere qualche vittoria in più».

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Il Boemo si rivolge alla Juventus ovviamente, sua acerrima nemica per tutta la durata della sua carriera. Quella tra Zeman e la Juventus è una lunga storia fatta di accuse, offese, frecciate e pochissima simpatia reciproca. Dal 25 luglio del 1998, giorno in cui Zeman comincia a parlare delle “sospette esplosioni muscolari” di alcuni giocatori della Juventus, è guerra aperta. Vialli gli dà del terrorista, Del Piero lo querela, Lippi chiede di squalificarlo per cinque anni. «Il calcio deve uscire dalle farmacie, nel nostro ambiente girano troppi farmaci». Inizia l’indagine sul doping, che durerà molti anni e che si conclude con l’assoluzione per i bianconeri, una fine a “tarallucci e vino” che tante volte abbiamo visto in Italia.  Il boemo, ormai, ha la fama di personaggio scomodo, viene isolato e ripudiato dalle squadre che contano. Esperienza senza fortuna nel Fenerbache in Turchia, alti e bassi nel Sud Italia dove allena in serie b Salernitana (sesto posto) e Avellino (ultimo posto e retrocessione). Nel Lecce neo-promosso nella massima serie si ritorna a vedere lo Zeman di Foggia, lancia Vucinic, Cassetti e Bojinov, arriva nel girone d’andata a vedere la Coppa Uefa, ma a causa della sfortuna, di errori arbitrali e della solita difesa Zemaniana precipita in classifica, salvandosi solo all’ultima giornata. Dopo le infelici parentesi di Brescia, con la Stella Rossa, e Lecce “bis”, finite in altrettanti esoneri nel 2011 si accasa a Pescara. Sulle rive dell’Adriatico Zeman ritrova di colpo motivazioni e risultati. Dopo diciannove anni di purgatorio fra la Serie B e  Serie C il Pescara è promosso nella massima categoria. Campionato vinto con ottantatre punti e novanta goal fatti, con un tridente di giovani Immobile-Insigne e Caprari, l’esperienza di Sansovini la regia di Massimo Verratti, la sicurezza in difesa di Simone Romagnoli e Ciro Capuano.

In una piovosa domenica di Maggio il Pescara ottiene la promozione a Marassi, sul campo della Sampdoria, squadra che doveva ammazzare il campionato, che invece la compagine di Zeman spazza via, sotto i colpi di Caprari e Immobile. A fine partita il coach di Praga, intervistato, sostiene che la gioia per la promozione non è nulla di fronte alla tristezza per la scomparsa di Franco Mancini, suo portiere ai tempi del Foggia a cui il boemo voleva bene come un figlio. Zeman portato in festa sotto la pioggia, l’esultanza sotto la curva del Pescara visibilmente commosso, gesto inconsueto per una persona impassibile che non ha mai lasciato trasparire le proprie emozioni. Per molti, questa giornata è stata la fine di Zemanlandia, il parco giochi del pallone che Zdenek ha portato in giro nelle sue diverse avventure, termina qui la propria corsa, in una giornata di festa ma allo stesso tempo terribilmente malinconica. Le successive esperienze dal ritorno a Roma, sponda giallorossa (esonero a metà stagione mentre era ottavo), al Cagliari (licenziato, richiamato e nuovamente esonerato) concludendo nel Lugano (finalista di coppa di Svizzera ma ultimo in campionato) sono state fallimentari.

Magari un altro presidente s’innamorerà di Zeman magari no. Il boemo ha avuto tantissimi detrattori, ha ricevuto insulti ed è stato oggetto d’ironia, perché considerato un perdente. Ma chi crede che nel calcio non esistano solo i risultati e le frasi fatte, ma anche lo spettacolo, la dignità e la franchezza non potrà che continuarlo ad amare alla follia. Da qualunque parte della barricata si stia quando si parla di Zeman quel che è certo che un personaggio come lui silenzioso ed enigmatico, pungente e imprevedibile con i suoi pregi e i suoi difetti e con le sue bellissime contraddizioni, nell’apatico e cinico mondo del pallone odierno, dominato dalla tattica e dal potere delle tv, servirebbe come il pane.

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