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Il senso di Pernilla per la neve

Il suo sorriso era secondo solo alla caparbietà di dimostrarsi una campionessa polivalente. Nonostante gli incessanti infortuni è stata capace di impartire non pochi dolori a sua maestà Vreni Schneider.

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C’è sempre neve al nord, con raffiche di vento. I mari non lo so… Anche a Idre Fjäll, lassù dove la Svezia sta per finire e con qualche euro puoi farti un giro sulla slitta trainata da una muta di splendidi husky con gli occhi di ghiaccio. Oppure, per i meno pigri, prendere la seggiovia e affrontare le piste multicolori della valle dell’Österdal magari sperando di vederla scendere, col suo perenne sorriso, verso il lussuoso hotel da lei stessa progettato. Ma è difficile che accada, perché adesso fin quassù ci viene solo in estate, quando il sole illumina i declivi verdi di erba da pascolo, chiazzati dalle conifere e da qualche sperone roccioso.

Quanta neve è passata sotto i suoi sci? Tanta. Così tanta che alla fine ha scelto di stabilirsi sulla Costa Azzurra con il marito Bødvar Bjerke e i due figli. Sul mare, a due passi dalla residenza del Principe Alberto e a debita distanza dalle tenaglie feroci del fisco svedese che in passato, quando ancora gareggiava, la costrinse a versare una cifra considerevole tra tasse e sanzioni, ebbene lì, a Montecarlo, c’è l’altra faccia della medaglia di Pernilla Wiberg. Sempre sorridente, sempre estremamente viva e vivace, come quando, negli Anni Novanta, raccolse la pesante eredità lasciata dall’ineguagliabile Ingemar Stenmark e riportò la bandiera con la croce scandinava gialla su fondo blu in vetta alle piste più importanti.

Prima di lei, la Svezia sciistica femminile non ha mai sfornato atlete di rilievo internazionale. Solo Camilla Nilsson, con una seconda manche strepitosa nello speciale di Maribor il 4 gennaio 1987, è riuscita a salire sul gradino più alto del podio in World Cup. Un caso, che non aveva precedenti e non avrà seguito per altre quattro stagioni. La Nilsson precede Vreni Schneider di una manciata di centesimi; l’elvetica non è ancora quella che, tre anni più tardi, stabilirà il record di vittorie (14) in coppa del mondo ma starle davanti è pur sempre una grossa impresa. Camilla però è una meteora, un fuoco fatuo che squarcia appena l’angolo buio di una nazionale, quella svedese, che proprio di venire alla luce non ci pensa nemmeno.

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Nel settore maschile, i tre lustri di successi targati Stenmark hanno favorito l’effetto traino e ora la stella di Ingo, la più luminosa dell’intero firmamento, ha trovato in cielo compagne adeguate a formare una costellazione: Lars-Börie Eriksson, Niklas Henning, Jonas Nilsson e Fredrik Nyberg adesso sono una squadra e non si dovrà attendere molto (il 1993) perché Thomas Fogdoe sfili dai guanti di Alberto Tomba la coppa di slalom.

E le donne? Non pervenute. Dopo l’exploit della Nilsson, stagioni di deserto bianco e un solo podio (di nuovo della Nilsson) su 107 (sì, avete letto bene: 107!) tentativi. Poi, nell’ultima gara del 1990, sui declivi amici di Âre, il lampo di una diciannovenne di Norrköping la cui partecipazione a due edizioni consecutive dei mondiali juniores non ha lasciato tracce particolari. È il 18 marzo 1990 e Pernilla Wiberg, appena alla seconda apparizione in coppa del mondo, ferma il cronometro sette centesimi prima dell’austriaca Karin Buder e si piazza alle spalle dell’inarrivabile Vreni Schneider, affamata di punti indispensabili a conquistare la coppa di specialità, e della francese Patricia Chauvet. Il sortilegio è infranto ma, ancora più importante, la sensazione è che questa ragazza abbia le stimmate della predestinata.

Nel suo inquietante thriller, Peter Høeg ci tiene a chiarire che «non esistono persone senza paura, solo attimi senza paura» e la sua protagonista, Smilla, per cui «i fiocchi sono come piccole piume, e la neve è così, non necessariamente fredda» ha sviluppato un senso nei confronti della neve e del ghiaccio che la aiuterà a risolvere il mistero attorno alla morte solo in apparenza accidentale di un bambino. Anche Pernilla, nella dura realtà delle piste, mostra di avere la giusta sensibilità da trasmettere agli sci e di saper tenere a bada la paura e le emozioni.

Il settimo giorno del 1991, sui monti Nockberge, Pernilla è seconda dopo la prima manche ma Petra Kronberger, nella discesa conclusiva, scialacqua i trenta centesimi di vantaggio e finisce addirittura fuori dal podio. Tuttavia, anche se il primo successo è arrivato tra i pali stretti, la Wiberg di inizio carriera è soprattutto una gigantista. La Pirelli non ha ancora coniato il famoso slogan “la potenza è nulla senza controllo” ma i tecnici svedesi hanno già intuito che il problema più grosso di Pernilla è tenere a freno l’irruenza e riuscire a trasferire il peso e la potenza del corpo sugli sci senza andare fuori giri. La forza centrifuga che vorrebbe sbatterla fuori traiettoria ad ogni porta trova nei quadricipiti di Pernilla un nemico giurato e la svedese, un mese dopo, sul pendio austriaco dello Zwölferkogel, a Saalbach-Hinterglemm, diventa campionessa del mondo di slalom gigante. Al termine delle due discese, sono appena 16 i centesimi che la separano dall’austriaca Ulrike Maier ma quel soffio le appende al collo la medaglia d’oro.

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In breve tempo Pernilla diventa una star in patria e quando, in un ristorante di Börlange, in un’atmosfera che fa tanto Abba, le viene chiesto di girare un video mentre canta “Privilege” la ragazza dimostra di saperci fare anche dietro il microfono e di avere una voce niente male. La dimensione della Wiberg cambia in fretta ma la ragazza non sembra avvertire la pressione e un anno dopo si presenta ad Albertville con l’intenzione di affiancare l’oro olimpico a quello mondiale. Le tappe di avvicinamento all’appuntamento francese sono in realtà tutt’altro che incoraggianti. Come detto, lei punta al gigante ma il gigante non sembra intenzionato a corrispondere: un quinto, un settimo e due ottavi posti tra Santa Caterina e Morzine – passando per Oberstaufen e Hinterstoder –, mentre le migliori si sono divise onori e gradini del podio, non alimentano certo l’ottimismo.

Già, le migliori. Tre, soprattutto. Vreni Schneider, sempre lei, Deborah Compagnoni e la padrona di casa Carole Merle. Ma, si sa, in una gara secca può succedere qualsiasi cosa. Ad esempio che il legamento anteriore del ginocchio sinistro dell’azzurra, fresca dell’oro vinto il giorno precedente in superG, ceda dopo sole sette porte o che l’ernia del disco metta fuori causa la svizzera detentrice del titolo o ancora che l’emozione di scendere davanti al suo pubblico tolga fiato e tranquillità alla francese. Ce ne sarebbero altre ma il percorso della Face de Bellevarde sembra disegnato ad arte per Pernilla Wiberg che stacca tutte di almeno un secondo e piazza l’acuto dopo tanta regolarità.

«Le Olimpiadi rappresentano il momento culminante nella vita di ogni atleta. Gareggiare e vincere la medaglia d’oro è una sensazione che non si può esprimere a parole. Anche se so che è impossibile, vorrei che chiunque potesse provarla. Tra la prima e la seconda manche non ero nervosa, anzi. Ho scherzato con il fisioterapista e ho cercato di rilassarmi, di non pensare a ciò che sarebbe potuto succedere».

920219 OS, Alpint, Storslalom, Dam, Pernilla Wiberg, Sverige © Bildbyrån - OS -92

Dopo i Mondiali e le Olimpiadi, Pernilla cerca la consacrazione anche in Coppa del Mondo e la stagione 1992/93 sembra quella giusta. Oltre alle specialità tecniche, la scandinava non disdegna la velocità e si cimenta anche in superG e libera con l’obiettivo di raggranellare più punti possibile. La lunga trasferta nordamericana tra Utah, Colorado e Canada la vedono protagonista in otto gare nell’arco di quattro settimane ma quando, ai primi di gennaio, il circo bianco arriva in Europa, il legamento del ginocchio cede e la stagione, mondiali di Morioka compresi, è finita.

Ben sapendo che, salvo casi rarissimi, gli infortuni più o meno seri fanno parte della vita di uno sciatore, Pernilla non si perde d’animo e il suo pensiero è già rivolto al futuro. La stagione 93/94 si apre, dopo il tradizionale gigante di Solden, a Santa Caterina Valfurva e la svedese mostra di essersi ripresa perfettamente dall’infortunio con tre buoni piazzamenti. Il testa a testa tra Pernilla e Vreni Schneider per la leadership della coppa generale infiamma gli animi degli appassionati; l’elvetica precede la svedese nello slalom di St.Anton ma la Wiberg si prende la rivincita a Morzine prima di tornare seconda ad Altenmarkt. Pillan sa di non potersi giocare la coppa solo nelle discipline tecniche e, a questo scopo, i suoi tecnici la indirizzano sempre più verso la velocità, anche perché possono arrivare punti importanti dalle combinate. È quello che succede a St.Anton (2° posto) e a Sierra Nevada (1°) mentre il vero capolavoro lo mette a segno il 17 gennaio a Cortina, sulla mitica Olimpia delle Tofane, eguagliando il tempo di Alenka Dovžan e conquistando il suo primo superG in carriera.

Nel bel mezzo di questo appassionante duello, il 29 gennaio il cuore dello sci cessa di battere a Garmisch Partenkirchen. Durante la discesa libera sulla Kandahar, una delle piste più famose del mondo, l’austriaca Ulrike Maier esce di pista ad oltre 100 chilometri orari e si spezza il collo. Ad attenderla invano al traguardo, in mezzo alla folla, c’è pure la figlioletta Melanie di appena quattro anni. La gara prosegue (per la cronaca sarà la prima vittoria in coppa per Isolde Kostner, tra lo sgomento generale) ma le due successive verranno annullate e su quella pista le donne non scenderanno più fino al 2008.

Anche se “the show must go on” certi episodi lasciano il segno ma tre settimane dopo, nella cornice ineguagliabile della norvegese Lillehammer, vanno in scena i XVII Giochi olimpici invernali, i più belli della storia stando agli addetti ai lavori. Anche se saranno altre le storie indimenticabili (su tutte il “duello” nel pattinaggio artistico tra Nancy Kerrigan e Tonya Harding, ma anche la clamorosa vittoria colta dalla Svezia ai danni del Canada nell’hockey), Pernilla mette in bacheca il suo secondo oro aggiudicandosi la combinata. Al termine della libera in testa c’è Picabo Street ma la Wiberg (terza a mezzo secondo) non è della statunitense che deve preoccuparsi bensì di Dovžan e Schneider; Picabo infatti non è competitiva tra i pali stretti mentre lo sono sia la slovena che, naturalmente, la svizzera. Infatti, il giorno dopo Vreni è la migliore in slalom ma Pernilla difende alla grande i 21 centesimi di vantaggio, ne cede solo 8 e il primo posto è suo.

Una stagione dopo l’altra, il senso di Pernilla per la neve è sempre più indirizzato verso la velocità mentre il primo amore, lo slalom gigante, viene necessariamente abbandonato. Tuttavia, resta lo slalom la disciplina che le dà le maggiori soddisfazioni, come ai Mondiali iberici della Sierra Nevada, in cui si impone con quasi un secondo di margine sulla francese Chauvet. Il ricambio generazionale propone nuove avversarie e la coppa del 1996 finisce nelle mani della velocista tedesca Katja Seizinger, che ha due anni in meno della Wiberg. Sembra proprio che la grande coppa di cristallo sia, per la scandinava, inarrivabile come il Sacro Graal; prima c’era Vreni Schneider, che la sfidava sul suo stesso terreno (e con una maggiore esperienza), adesso l’insidia arriva dalle gare veloci, in cui Katja appare veramente imbattibile. Ma il 1997 è l’anno della definitiva consacrazione e la completezza di Pillan viene premiata dai risultati.

Otto successi in quattro diverse discipline e la chiusura del cerchio magico in quel di Vail eleggono la svedese miglior sciatrice dell’anno. La Wiberg stacca la Seizinger (seconda) di oltre cinquecento punti e riesce ad entrare tra le prime cinque in tutte le classifiche di specialità: prima in slalom e combinata, terza in superG, quarta in libera e quinta in gigante. Quanto al cerchio, il tripudio arriva da Vail, in Colorado, dove Pernilla taglia il traguardo della discesa libera con tre piccoli centesimi sulla coppia Seizinger-Goetschl e, così facendo, diventa la seconda nella storia (dopo Petra Kronberger) ad aver vinto almeno una gara di coppa in ciascuna specialità.

Finalmente il “senso per la neveè completo. Verranno altre gioie, come l’argento olimpico a Nagano nel 1998 di nuovo in discesa e quello in slalom ai mondiali 1999 di Vail, e altri dolori, sottoforma di infortuni più o meno gravi che alla lunga ne fiaccano l’entusiasmo. Ma non le tolgono il sorriso e la voglia di provarci, una volta di più. Così l’ultima delle 24 vittorie in coppa del mondo arriva a metà dicembre del 1999 nella discesa libera di St.Moritz, in cui precede la specialista Renate Goetschl: è il bagliore finale che squarcia il tramonto della stella ma laggiù in fondo, sulla linea dell’orizzonte, c’è già un raggio dell’alba di domani. Arriva da Tarnaby, lo stesso paese di Stenmark, e si chiama Anja Paerson. Ma questa è un’altra storia e un giorno, magari, ne parleremo.

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