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Jannie De Beer, Re per una notte

28 anni, un futuro ormai quasi del tutto alle spalle e un allenatore a cui il tuo gioco proprio non piace. Piccolo manuale sul come prendere per mano tutti e portarli di là del guado, tra fede in Dio, trance agonistiche e allenatori temerari.

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«Niente, Henry non ce la fa per i quarti. E chi ci metto lì in regia? Ci sarebbe lui, ma non gioca come dico io. Gioca alla vecchia maniera. Ci sarebbe Percy, ma se tolgo uno così da lì dietro perdo tantissimo. E va bene. Non doveva capitare, è capitato. Che Dio ce la mandi buona». Stop.

Henry è Henry Honiball, mediano di apertura degli Sharks, franchigia sudafricana di stanza a Durban. È un giocatore diverso dal tipico regista sudafricano, quello schierato dieci metri indietro e che calcia sempre. Honiball attacca la linea, dirige l’orchestra dei trequarti come nessuno, non si tira indietro nei placcaggi. È quel che fa per Nick Mallett, roccioso selezionatore degli Springboks che qualche anno dopo allenerà pure gli azzurri. Mallett vuole un 10 che attacchi la linea, che crei spazi, che sia il primo attaccante. Da noi metterà Andrea Masi apertura perché da noi aperture come ne voleva lui non ce n’erano. Nessun Honiball nel nostro stivale. E nessun Honiball neppure per la Coppa del Mondo 1999, visto che Henry, almeno al debutto, non ce la fa. Poco male, pensa Mallett, lo recupero dopo, per adesso posso farcela lo stesso. È così infatti, Uruguay e Spagna non sono avversari di livello, la Scozia di Greg Townsend regge un tempo, poi deve soccombere davanti alla squadra che detiene il record di vittorie consecutive a livello internazionale (record superato dai soli All Blacks qualche giorno fa, ma con un calendario molto più fitto). Si va ai quarti e si aspetta l’esito del play-off tra Inghilterra e Fiji, ma Honiball ancora non ce la fa.

E allora il buon Nick Mallett si trova davanti due strade: la prima consiste nello spostare in regia il secondo regista occulto della squadra, l’estremo Percy Montgomery, che può giocare ovunque ed ha un piede stratosferico. La seconda, quella che più snaturerebbe il gioco del coach, vede all’apertura colui che ha traghettato la squadra nel girone. È un boero che più boero non si può, non più di primissimo pelo, biondo. Molto devoto a Dio, prima, dopo e durante le partite. È un gran calciatore, tatticamente ineccepibile, ma difficilmente la palla arriva alle linee arretrate, e questo lo ha sempre bloccato nelle gerarchie della Nazionale, tanto da fargli preferire, un giorno, i lidi europei. Si chiama Jan Hendrick de Beer, ha ventotto anni e per la maglia Springboks ha rifiutato un discreto contratto nella Premiership inglese. Mallett, solitamente coraggioso al limite del temerario (ve lo ricordate Mauro Bergamasco mediano di mischia?), fa un passo indietro e non cambia la struttura della squadra: Montgomery resta estremo, “Jannie” va all’apertura.

24 Oct 1999:  Jannie De Beer of South Africa kicks for goal against England in the Rugby World Cup quarter-final match at the Stade de France in Paris. South Africa won 44-21.   Mandatory Credit: Clive Brunskill /Allsport

24 Oct 1999: Jannie De Beer of South Africa kicks for goal against England in the Rugby World Cup quarter-final match at the Stade de France in Paris. South Africa won 44-21. Mandatory Credit: Clive Brunskill /Allsport

Nel frattempo gli inglesi hanno regolato i figiani, e allora è Springboks-Inghilterra allo Stade de France. La partita è tutto fuorché spettacolare: troppo alta la posta in palio, troppo conservative le squadre in campo. È una battaglia tra avanti, da una parte Dallaglio, Martin Johnson e Jason Leonard, dall’altra Venter, Os Du Randt e Skinstad. E due calciatori devastanti contro, De Beer da una parte, Paul Grayson dall’altra. È tra loro la sfida principale, stante la presenza di due difese rocciose. Si va sul 12 a 9 per gli inglesi, poi Joost van der Westhuizen attacca un buco che vede solo lui e schiaccia in meta. De Beer trasforma, 16 a 12 per il Sudafrica, poi finisce il primo tempo. C’è equilibrio, la gara è dura, ma l’impressione è che i sudafricani nei raggruppamenti ne abbiano di più. Ce ne rendiamo conto noi, figuratevi gli Springboks in campo. E allora la ripresa comincia così, pressione altissima, nonostante Paul Grayson accorci per primo con l’ennesimo calcio. I sudafricani puliscono egregiamente un pallone fuori dai 22 inglesi. Van der Westhuizen si guarda intorno, vede De Beer profondo. Palla a lui, drop. Pali centrati, Più 4 di nuovo. Gli inglesi ripartono, non cambiano strategia, ma perdono ancora palla. Van der Westhuizen la passa profonda, De Beer ci riprova. Più 7.

Eh, piedino caldo, il boero. Grayson riporta sotto i suoi con un altro calcio, poi indovinate cosa fa van der Westhuizen? Palla fuori, drop di De Beer. Ancora più 7. Ecco, gli inglesi qui capiscono che per riprendere i sudafricani bisogna inventarsi qualcosa di diverso. Si, ma cosa? Palloni sempre contesi, soffocati, a volte strappati. Quando la palla esce dalla parte giusta loro sono già addosso. I rifornimenti ai cervelli della squadra sono compromessi. E come fai a giocare così? Poi guardano meglio e si chiedono: ma chi è questo? Ma cosa sta buttando dentro? Sono stanchi, hanno affrontato in dieci giorni All Blacks, Fiji (e ve le raccomandiamo le botte isolane) e ora sono sotto i tank sudafricani. Non ne vengono più fuori. Non riescono a capire come faccia quel 10 a colpire così, semplice, a ripetizione. De Beer praticamente vede l’H dei pali larga quanto il campo. Grayson ci prova al piede da 56 metri, ogni occasione è come oasi ammirate nel deserto.

Solo che sono destinate a rimanere miraggi.  Entra pure Jonny Wilkinson, segna pure tre punti, gli inglesi tornano a meno 4, manca un quarto d’ora al termine. La partita sembra ancora aperta, in realtà non lo è più. Lo Stade de France non sa per chi tifare, se per gli odiati inglesi o per i sudafricani, che qui ai galletti hanno già rifilato 52 punti nel 1998. I minuti passano, gli inglesi sono in scia, ma non riescono ad avvicinarsi. E quando De Beer butta tra i pali altri due drop si capisce che è finita per davvero. Segnerà altri due piazzati, poi con un calcio all’ala propizierà la meta di Roussow. Fanno 34 punti con 5 piazzati, 5 drop e due trasformazioni. Non male per un sostituto d’emergenza, non male davvero. Segnerà altri 21 punti in semifinale, poi a decidere tutto è ancora un drop. Ancora di un numero 10, capelli biondi. Si chiama Stephen Larkham, in finale ci va l’Australia, che poi vincerà il titolo.

È l’ultimo match per De Beer in Nazionale, per la finalina rientra Honiball. A fine torneo tornerà in Inghilterra, sponda Saracens, ma un ginocchio sempre più malandato lo costringerà ad abbandonare i campi nel 2002, a soli 31 anni. Non toccherà più un pallone da rugby in vita sua, sparirà dalle scene. Di lui si dice sia ancora un fervente cristiano, ancora devotissimo a Colui che sta al di sopra. A Colui che, dice, un giorno ha guidato pure un duro come Nick Mallett. Colui che, ribadisce, quel giorno gli ha allargato i pali dello Stade de France. Colui che, ripete, quel giorno, ma solo quel giorno, l’ha fatto Re.

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Foto del profilo di Cristian Lovisetto
Ha 29 anni, vive in provincia di Padova ed è laureato in Lingue per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale. «Vivere a queste latitudini mi ha dato la possibilità di scoprire e sviluppare la mia passione per il rugby. Non è un caso che il Veneto sia definito, per la densità di squadre e praticanti, il Galles d’Italia». Citazione preferita (e prossimo tatuaggio): «Fear no more the heat o’ the sun» (W. Shakespeare)
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