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Alexandra Panova, la ballerina di ghiaccio

Nel novembre del 2013, durante la finale di Fed Cup Alexandra Panova si è trovata sola contro la Vinci e 5.000 spettatori; eccetto uno, che ha lottato e sofferto insieme a lei fino alla fine.

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«Ci sono quelle cose che ci sembrano essere così impossibili da compiere che non abbiamo neanche l’idea di tentarle, e le evitiamo come per istinto». Questo diceva Alexandre Dumas nel suo capolavoro “Il Conte di Montecristo”. Non ho la certezza che la ventiquattrenne di Krasnodar sarebbe d’accordo. Sì, perché in quel sabato mattina di inizio novembre 2013, lei ci ha provato. Ha lottato per tre ore e mezza per afferrare questo impossibile, ha lottato per avere la possibilità di rendere questo impossibile possibile.

La prima volta che vidi il nome di Alexandra Panova nella lista della squadra russa della finale di Fed Cup mi sono sentita un po’ confusa; a dire la verità, quasi non ci credevo. E quando accennavo alla cosa con quel misto di incredulità e felicità, ci fu chi mi prese per pazza. La reazione degli altri era sempre la stessa «No, ti conosco, stai scherzando. Non può essere altrimenti».

C’è un certo tipo di istinto a volte che ti fa scegliere i “tuoi” tennisti, specialmente quando sono giovani. Alexandra è uno di questi, per me. Non so dire il motivo. Mi piace, questo è tutto. Non abbiamo bisogno di particolari ragioni per spiegare perché ci piace un tennista. Qualche anno fa, il nome di questa ragazza russa mi ha attirato. E’ rimasto nella mia mente, nella mente di una appassionata di tennis, per un po’, soprattutto tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Era il nome del tipo di tennista che mi piace.  Non so come sia per gli altri, ma quando un tennista mi comunica qualcosa con il suo gioco o il suo atteggiamento in campo, a me questo basta per farmelo o farmela piacere. E così ho iniziato a seguire questo nome, per quanto potevo. Gli ho lasciato uno spazio nella mia mente, come tutti noi di solito facciamo con i giocatori a cui tendiamo ad affezionarci. Devo ammettere che l’ho lasciato lì alla fine del 2012, per molte ragioni. Forse la mancanza di risultati ha contribuito, così l’ho lasciato lì, quel nome, in quel piccolo angolo della mia mente che gli avevo costruito, in attesa che tornasse. Forse un po’ ci speravo, o lo sapevo. E infatti è tornato, del tutto inaspettato, come alle cose migliori piace fare, proprio nel novembre del 2013. Ammetto che non lo voglio più lasciare nascosto, ora.

panova

Fine ottobre/inizio novembre 2013. Furono quelle le settimane. Furono quelli i giorni. In mezzo al polverone che si stava creando attorno al Team Russia nelle settimane precedenti la finale di Fed Cup il mio solo pensiero era quello di rivedere finalmente in azione, dal vivo, Ekaterina Makarova – una delle mie tenniste preferite. A Cagliari lei non c’era, ma Alexandra sì: e ci ha regalato un match che io probabilmente non dimenticherò mai.

Durante le sessioni di allenamento nei giorni che precedevano i match, la gente stava lì a guardare le russe con molta curiosità. Io conoscevo già tutte loro, chi più chi meno. Stavo a sedere sulle gradinate a cercare di capire la reale condizione di Alisa Kleybanova e il potenziale (enorme se devo essere onesta) delle più giovani, Margarita Gasparyan e Irina Khromacheva. E poi c’era Sasha. Il suo gioco potente, sempre teso alla ricerca del punto, mi aveva impressionato già qualche anno prima, per non parlare del suo match di debutto in uno Slam, a New York nel 2011, dove perse dalla futura campionessa di Wimbledon Marion Bartoli.  Tutto quello che ho potuto capire osservandola mentre si allenava era che tutto sommato mi sembrava si muovesse con una certa facilità sulla terra del TC Cagliari – anche se bisogna ammettere che sentirsi a proprio agio durante un match di allenamento contro una compagna di squadra difficilmente potrebbe essere paragonabile al sentirsi  allo stesso identico modo durante quello che avrebbe potuto essere il match più importante della sua carriera, contro una avversaria vera. Detto questo, Sasha mi ha lasciato con una certa speranza, quasi sapevo che avrebbe giocato un gran match. Non solo l’ha fatto, ha fatto molto di più.

È quasi impossibile capire cosa Sasha provi, anche solo guardandola negli occhi, almeno per quello che mi riguarda. Ci ho provato spesso, ma a volte è veramente difficile da decifrare. Ha qualcosa di glaciale, e questo mi piace in lei. Proprio prima del match mi domandavo cosa stesse mai provando in quel momento. Veniva da qualche buon torneo ITF, avendo vinto a Batumi e Telavi in Georgia (uno dei due giocato proprio sulla terra), da un quarto di finale a Herzlia in Israele e da un turno di qualificazioni un po’ sfortunato a Mosca. Ed ora era lì, con dio solo sa quanti occhi fissi su di lei, su quella giovane russa che in molti frettolosamente avevano etichettato come “la sostituta di Maria Sharapova”, cosa con la quale non sono d’accordo e che nemmeno capisco. La gente attorno a me si chiedeva «Chi è questa ragazza? Ma è brava, almeno?», domande che mi facevano sorridere mentre dentro la mia testa pensavo «Lo è. Lo so e ne sono sicura».

Russia's Alexandra Panova hits a return to Estonia's Kaia Kanepi during their women's Singles 1st Round tennis match of the French Open tennis tournament at the Roland Garros stadium, on May 29, 2012 in Paris. AFP PHOTO / PASCAL GUYOT (Photo credit should read PASCAL GUYOT/AFP/GettyImages)

L’inizio del match è stato pura tensione. In pochi minuti, si è trovata sotto di un break. Suppongo che a quel punto in molti avranno pensato Questa partita è già scritta». No, non lo era, e io lo sapevo. Ogni tanto lanciavo un’occhiata di sotto alla mia amica che prendeva nota del punteggio e mi guardava con un misto di gioia e stupore mentre Sasha col passare dei minuti alzava il livello del suo gioco; e nel frattempo mi godevo la Russia vincere il primo set di questa Finale. Restare calma e professionale è stato sicuramente difficile, ma in fondo dovevo farlo.

Il secondo set è stato quasi un lampo. Fondamentalmente, in campo c’era una ragazza russa che giocava contro cinquemila persone; o forse contro cinquemila e uno, dal momento che in campo c’era anche la sua avversaria: e Sasha stava ampiamente mostrando il suo valore. Anche se esprimere a parole l’eccitazione che ho provato nei momenti immediatamente precedenti i match point che si è procurata è difficile, posso comunque dire che il cuore mi batteva all’impazzata. Probabilmente troppo. Forse anche il suo cuore batteva così tanto, chi può saperlo. E il cuore del gruppo di tifosi russi che la incitavano, i cuori delle sue compagne di squadra, il cuore di tutto il box russo, il cuore del suo Capitano, forse tutti battevano insieme al suo, allo stesso modo e nello stesso momento. Ma il tennis è uno sport crudele, chiunque lo segue lo sa perfettamente. Tutto può cambiare in un minuto, se non di meno. Una chiamata sbagliata dal giudice di sedia, un doppio fallo al momento meno opportuno, o un fallo di piede chiamato quando proprio non ce n’è bisogno. E allora la tua avversaria riprende fiducia, lo stadio con lei, e tu inizi a perdere il controllo, lo stesso controllo che eri riuscita a tenere per quasi ottanta minuti. Cosa sia improvvisamente successo nella mente di Alexandra, non so dire cosa fosse. Di certo, se avessi potuto scendere in campo e aiutarla in qualsiasi modo a ritrovare se stessa, l’avrei fatto. Il secondo set è stato perso, ma non il match.

In effetti, Sasha è tornata nel terzo set. E con stile, direi. Il match iniziava ad essere come un’altalena di emozioni (non che prima non lo fosse). E, con l’esperienza che anni  passati a guardare match di Li Na non potevano evitare di darmi, posso dire che in quel match c’era tutto ciò che il tennis ha da offrire: momenti di gioia pura, quella specie di disperazione che solo un punto cruciale sprecato sa darti, quella sensazione che «ce l’ha in tasca, ce l’ha in tasca!» che viene improvvisamente rimpiazzata dallo scoramento totale. Mentre la sua avversaria si limitava a difendere e a tentare di farla sbagliare il più possibile, la russa rimaneva fedele al suo stile, cercando il punto nella maniera più aggressiva possibile, qualcosa che è naturale porti a commettere più errori ma che richiede una buona dose di coraggio e determinazione, soprattutto in match come questo. E Sasha è stata senza dubbio coraggiosa e determinata fino all’ultimo punto, nessuno può negarlo.

Ciò che è successo alla fine, lo sanno tutti. C’erano cinquemila persone contro cui Alexandra ha dovuto giocare. Faceva parte del gioco, lei lo sapeva. C’era la sua avversaria, che ha ritrovato a partita in corso la forza di lottare fino alla fine, proprio come lei. Forse, per qualche secondo, ha dovuto giocare anche contro se stessa, e contro la stessa idea di perdere. Alla fine non ha vinto un match che avrebbe meritato più di chiunque altro (e mi ha lasciato nella disperazione totale, se devo ammetterlo); ma una fine non è altro che un nuovo inizio. In realtà mi piace pensare a quel match, a quella Finale come un vero nuovo inizio per lei, qualcosa a cui può guardare con orgoglio.

Alexandra Panova è arrivata, ha giocato, ha regalato emozioni. Come una ballerina di ghiaccio ha messo su il suo show personale e quando l’ha terminato è andata via, in silenzio. Il risultato finale non le rende giustizia, ma questo è solo un nuovo inizio. E, se qualcuno mi dovesse chiedere perché penso questo, posso rispondere con certezza «Perché so che in lei c’è qualcosa. C’è veramente qualcosa».

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