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One love: Bob Marley e il calcio

«Se non fossi diventato un cantante sarei stato un calciatore.. o un rivoluzionario. Il calcio significa libertà, creatività. Significa dare libero corso alla propria ispirazione». Parola di Bob Marley.

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Per chi è nato negli anni Ottanta e cresciuto nel decennio successivo, tra i ricordi legati ai Mondiali in Francia del 1998 che riaffiorano alla mente c’è sicuramente la storica partecipazione della Giamaica, rimasta finora confinata a quell’edizione.  I Reggae Boyz furono eliminati già al primo turno ma, almeno, conobbero la gioia del primo successo battendo il Giappone. Era la Giamaica delle treccine di Teddy Whithmore, del “Ronaldo dei Caraibi” Deon Burton, del portiere che aveva disegnate foglie di marijuana sulle maniche della maglia.  E siccome domani la nazionale caraibica contenderà al Messico la Gold Cup – chi l’avrebbe mai detto che avrebbero sbattuto fuori gli strafavoriti americani? – oggi celebro il legame tra il calcio e uno dei giamaicani, se non il giamaicano, più celebri e celebrati in tutto il mondo: Bob Marley.

27 giugno 1980. 100mila persone si riversano dentro lo stadio di San Siro. Non per ammirare le due squadre milanesi – l’Inter ha appena conquistato il suo dodicesimo scudetto, il Milan è finito clamorosamente in Serie B per la prima volta causa coinvolgimento nello scandalo del Totonero – e nemmeno gli azzurri, dato che gli Europei si sono appena conclusi. No. Non stasera, almeno: alla “Scala del calcio” si esibisce Bob Marley, il re della musica reggae. Preceduto dalle esibizioni di due giovani promettenti e ancora sconosciuti al grande pubblico come Roberto Ciotti e Pino Daniele, il primo concerto italiano dell’artista giamaicano riscalda i cuori di una gioventù smaniosa di uscire dalle tenebre degli Anni di Piombo. “E sì che Milano quel giorno era Giamaica“, avrebbe poi cantato Antonello Venditti. Quello show entra nel mito come uno dei più avvolgenti e incantevoli spettacoli dal vivo nella carriera di Marley. E non deve stupire che sia stato uno stadio – di più: una delle cattedrali del calcio mondiale – lo scenario di cotanto evento.

bob-marley

Football is freedom“, il calcio è libertà, sussurrò una volta Marley in un’intervista rilasciata alla televisione francese. A ben pensarci, tra i popoli del Terzo Mondo il calcio è stato anche uno strumento di riscatto, un passatempo per sovvertire l’ordine costituito e tener testa agli invasori bianchi. Il calcio era, ed è ancor oggi, un esperanto che travalica confini geografici e barriere linguistiche. Un po’ come gli ideali di pace, fratellanza e liberazione dallaschiavitù mentale” sventolati nei brani di Marley che raccontano delle deportazioni dei neri dall’Africa mescolando ska, rocksteady, calypso, R&B e soul.

Il pallone lo accompagna già dagli anni della scuola nella baraccopoli di Trench Town, dove il piccolo Robert Nesta – questo il suo vero nome – si diverte a colpire con i piedi qualsiasi oggetto sferico capace di rotolare. «Se vuoi conoscermi devi giocare a calcio contro me e i Wailers», rispose una volta, tra solleciti e avvertimenti, a un giornalista. Assieme agli altri musicisti, oltre ad ammaliare orde di giovani in ogni dove, Bob è infatti solito avventurarsi in improbabili sfide tra le pareti degli studi di registrazione e soprattutto in occasione delle tournée all’estero. Come quella di “Uprising” nel 1980, che in Italia fa scalo a Torino oltre alla già menzionata Milano.

 

Ma Marley è più di un semplice patito di calcio: si narra che ogni pretesto fosse buono per imbracciare un pallone di cuoio e prenderlo a pedate e che raramente contemplasse la sconfitta al termine delle partite. Tifa per il Santos, ammira Pelé e il fútbol latinoamericano in generale e negli anni Settanta affida la gestione dei suoi tour all’inseparabile amico AlanSkillCole, vecchia gloria della nazionale giamaicana con trascorsi nella North American Soccer League: è con lui Bob si allena correndo in spiaggia e nei pressi di Hope Road, dove si trova la sua dimora.

Il calcio, nel caso di Marley, è stato croce e delizia allo stesso tempo. È nel luglio 1977, al termine di una partita, che il cantante nota una ferita all’alluce destro dal quale si stacca poi l’unghia durante un’altra sfida. Pallone e pestoni, però, c’incastrano poco: è un melanoma maligno che Bob cerca, inutilmente, di curare pur rifiutandosi di farsi amputare il dito. La malattia non impedisce a Marley di continuare a incidere canzoni e riempire gli stadi. E, naturalmente, nemmeno di dedicarsi al calcio: pare che le date del tour del 1978 fossero state calendarizzate in modo che Bob potesse seguire i Mondiali in Argentina

Jamaican Reggae singer Bob Marley practices his football skills at a soccer field in Paris, France, on May 10, 1977. Marley and friends were due to play in a friendly match against French personalities, but due to bad weather the match was cancelled. (AP Photo)

Jamaican Reggae singer Bob Marley practices his football skills at a soccer field in Paris, France, on May 10, 1977. Marley and friends were due to play in a friendly match against French personalities, but due to bad weather the match was cancelled. (AP Photo)

Se leggenda narra che riuscì a sperperare più di mille dollari in vari negozi sportivi di Rio de Janeiro, di sicuro sappiamo che in Brasile partecipa a un incontro dal dubbio valore agonistico eppure ricco di nomi altisonanti: è il 19 marzo 1980 e Marley si trova in squadra con i cantanti brasiliani Chico Buarque e Toquinho, il campione del mondo Paulo César Caju, il compagno di band Junior Marvin e Jacob Miller degli “Inner Circle” contro un avversario formato prevalentemente da dipendenti della casa discografica Island Records.

Qualche mese dopo, a luglio, il tour di “Uprising” arriva in Inghilterra: Marley, che ha ricevuto in regalo una maglietta del Tottenham indossata dal suo pupillo Osvaldo Ardiles, gioca alcune partite di calcetto nei pressi di Craven Cottage, il vetusto ma accogliente stadio del Fulham. E soprattutto raduna alcuni giocatori per sfidare la squadra di Eddy Grant, altro esponente della musica reggae. Non trascorre nemmeno un anno che Marley viene strappato non solo al calcio, ma anche ai Wailers e ai suoi tredici figli: la morte lo viene a prendere l’11 maggio 1981 in una corsia del Cedar of Lebanon Hospital di Miami, dove l’aereo che lo riporta a casa dalla Germania fa un atterraggio imprevisto a causa del peggioramento delle sue condizioni.

A Marley vengono riservati i funerali di stato in Giamaica. Viene seppellito di fianco alla sua casa natale a Nine Mile, nella regione settentrionale di St. Ann’s Bay: lo accompagnano nel viaggio verso l’aldilà la sua inseparabile chitarra elettrica, una Bibbia, un anello donatogli da un principe etiope – Bob era seguace del rastafarianesimo, movimento religioso che deve il nome al ras Tafari imperatore d’Etiopia e propugna l’unificazione dei popoli neri – e una pianta di marijuana. E sì, anche il suo pallone da calcio.

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Un articolo originariamente pubblicato nel sito Storie (stra)ordinarie di sport.

 

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