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Quattordici centesimi in otto anni

Omonima della figlia dei leggendari Kornelia Ender e Roland Matthes, la Franziska predestinata porta il cognome Van Almsick. Talento precoce e bellezza inequivocabile, nel suo destino ci sarà lo strapotere cinese, ma pure il record del mondo nei 200 metri stile libero.

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Lo chiamiamo destino, perché è a lui che ci si appella non appena si intravede uno spiraglio. Ma questa volta, nelle pieghe della storia, è qualcosa di più di una fessura. È un riflesso; uno di quei mille, milioni di riflessi che l’acqua azzurrognola rimanda quando le luci danzano scomposte sulla sua superficie debolmente ondulata. Poi qualcuno spara a salve e inizia la tempesta; prima i tuffi, a distruggere la quiete, e poi la schiuma, le onde. Il caos. Siamo in piscina. Anzi, no: non siamo ancora in piscina. Ma ci andremo presto.  Siamo a Berlino nel 1978, al di là del muro.  Est. La cortina, spessa come la coltre di neve che da queste parti non scherza, separa i buoni dai cattivi. Ma non si sa chi sono gli uni e chi gli altri. Questione di prospettive, tanto per cambiare. A cinque mesi di distanza l’una dall’altra, da aprile a settembre, vengono alla luce due bimbe a cui viene dato lo stesso nome. Franziska.

In principio, sono la fama e le aspettative a dividerle. Ma la vita e la storia compenseranno questo equivoco e col tempo ristabiliranno l’equilibrio. Una è la figlia del futuro e della speranza che, dalla congiunzione di due lune, nasca il sole. Sua madre è Kornelia Ender, Konny, una delle frecce più acuminate della capiente faretra con cui la DDR domina nel nuoto femminile. E certamente la più avvenente. La più donna. Viene dalla Sassonia e per quattro anni, dal 1973 al 1976, è stata la regina incontrastata dei 100 stile tra europei, mondiali e olimpiadi. Non solo: è stata la prima a chiudere i 200 stile in meno di due minuti. Suo padre invece viene da Pößneck, una piccola cittadina della Turingia, e ha un soprannome che è tutto un programma: sughero. Sì perché Roland Matthes contravviene alle leggi della fisica e galleggia sull’acqua come nessun altro riesce a fare. Lui è un dorsista e ha migliorato sedici volte il record del mondo tra 100 e 200. C’è perfino chi lo ritiene così tanto padrone della specialità e del proprio corpo da essere in grado di calcolare al centesimo i suoi movimenti in acqua allo scopo di diluire sapientemente i primati e trasformarli così in tanti piccoli episodi, ognuno dei quali gli conferisce gloria e denaro. Ma queste sono le inevitabili spruzzate di leggenda con cui chiunque – e ancor più chi con il mito alimenta la propaganda – ama arricchire vicende già di per sé eccezionali.

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Tuttavia, Konny e Roland sono due icone della propaganda sportiva tanto cara alla Germania comunista e che male ci sarà mai a convogliare la loro reciproca simpatia e favorire un matrimonio che potrebbe portare in dote alla nazione il superuomo o la superdonna delle piscine? Anche perché, diciamolo, nella DDR di fine Anni Settanta gli animali sono tutti uguali ma alcuni sono più uguali degli altri (vero Orwell?) e il regime non esita ad elargire privilegi a chi collabora. Così, appartamento spazioso, auto personale e vacanze all’estero diventano realtà per la celebre coppia, il cui matrimonio il 14 maggio del 1978 avviene alla presenza di Honecker e degli alti dignitari del partito al potere nella Repubblica Democratica Tedesca.

Franziska Matthes è il frutto di un amore che, dopo soli quattro anni, è già in frantumi e conclude la sua parabola nell’inevitabile divorzio. Lontano dalle piscine, Matthes e la Ender non sono più gli stessi e quando il partito capisce di non aver più bisogno di loro, i famosi privilegi vengono meno. Roland torna dalla madre e si laurea in medicina non senza fatica, Kornelia fa la madre (da sola, finché non si risposa con un ex-decathleta) e i due dovranno attendere il crollo del muro per trasferirsi nella parte occidentale della nazione e iniziare una nuova esistenza.

Ecco, il muro. Sempre a Est, sempre nel 1978 ma qualche mese prima, il 5 aprile, un’altra Franziska viene al mondo nell’inevitabile anonimato. Jutta, moglie di Bernd Van Almsick, non può saperlo ma dal suo grembo esce una predestinata. Franzi inizia a nuotare molto presto e lo fa per imitare il fratello maggiore. All’inizio non c’è una vera e propria vocazione ma ben presto il talento emerge dall’acqua, insieme alla sua inequivocabile bellezza. Il destino, quello che lei stessa si farà tatuare al centro di due ali angeliche nella parte bassa della schiena qualche vita più tardi, e la giovane età la tengono a debita distanza dal centro federale di Templiner See, a Potsdam, dove le sue connazionali vengono “curate” in ogni dettaglio più o meno lecito per diventare campionesse. Ai mondiali di Madrid del 1986 le nuotatrici della DDR si aggiudicano tredici delle sedici medaglie d’oro a disposizione: solo Tamara Costache nei 50 stile, Betsy Mitchell nei 100 dorso e Mary Meagher nei 200 farfalla fanno meglio di loro. Una macchina da guerra pressoché invincibile che non può non suscitare perplessità e di cui solo il tempo svelerà segreti e bugie.

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Tre anni dopo il muro viene preso a picconate e con lui tutta un’ideologia minata alle sue stesse fondamenta dall’incoerenza e dall’insostenibilità umana. La Germania torna una e indivisa e il nuovo corso, nelle otto corsie, inizia proprio con la prodigiosa Franziska Van Almsick che, appena quattordicenne, sfiora il miracolo nell’estate olimpica di Barcellona; solo la statunitense Nicole Haislett le impedisce di bagnare con la medaglia d’oro un debutto che le spalanca i cancelli della celebrità.
«Iniziarono lì i miei problemi. Provate a immaginare una ragazzina di quell’età che si ritrova all’improvviso al centro del mondo, anzi di diversi mondi» dichiarò un giorno la tedesca parlando di quel periodo. Diversi mondi, infatti. Perché Franzi è bella, bellissima, e la sua vita si trasforma in breve in un caleidoscopio di colori e occasioni. Non solo acqua pulita, per la tedesca. Anche quella torbida delle fogne di Manhattan nelle quali si immerge con la Tigra che la Opel le ha affidato per il lancio mondiale nonostante sia ancora senza patente. E quella ben più “sporca” e famosa dell’ottava corsia ai mondiali di Roma 1994. Una brutta storia, di quelle in cui lo sport è costretto a vendere l’anima al diavolo. Dopo l’exploit di due anni prima in Catalogna, Franziska Van Almsick è una delle favorite per la vittoria nei 200 stile libero. Ma la geografia del nuoto femminile è cambiata e si è spostata più a oriente, in Cina, dove è stata creata praticamente dal nulla una generazione di campionesse pressoché imbattibili. È un film già visto, la riproduzione fedele di un modello che, evidentemente, non è finito sotto le macerie del muro berlinese e si è riciclato dentro la muraglia.

Alla fine, la Cina farà suoi dodici ori su sedici. Quasi tredici. Perché, quando nelle semifinali dei duecento stile Franziska Van Almsick non riesce ad andare oltre il nono tempo, è evidente che nessuno il giorno dopo potrà turbare il sonno di Bin Lu. Lo sgomento per l’opaca prestazione della sedicenne tedesca è evidente, così come la delusione di chi aveva puntato su di lei per averne in cambio un ritorno mediatico di rilievo. A meno che… A meno che una buonanima di nome Dagmar Hase, qualificata con l’ottavo e ultimo tempo (e senza alcuna speranza di arrivare nemmeno a podio), si faccia da parte e lasci il suo posto alla ben più celebre connazionale. «Non posso farlo. Non ce la faccio». Questa la reazione di Franzi quando le viene comunicato che la sua compagna di squadra potrebbe rinunciare a suo favore. È uno di quei momenti in cui la ragion di stato e del dio denaro travalicano le antiche ed oneste leggi dello sport, uno di quei momenti in cui Pierre De Coubertin vorrebbe uscire dalla sua tomba nel cimitero di Bois-de-Vaux, a Losanna, e prenderli a schiaffi tutti, tecnici e sponsor, per questo sporco tentativo di contravvenire allo spirito da lui sempre professato.

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Tuttavia, se c’è anche una sola possibilità di battere Bin Lu, ebbene questa è nelle gambe e nelle braccia di Franzi, che chissà perché in semifinale ha nuotato con il freno a mano tirato, si è risparmiata o più semplicemente era uno di quei giorni in cui proprio non va. E allora l’indomani in corsia otto, ai margini della scena, c’è Franziska Van Almsick. Il suo cuore è pesante e rischia di trascinarla a fondo. «Ero imbarazzata e mi sentivo male. Quando salii sul blocco, ebbi la sensazione che tutti stessero pensando la stessa cosa: non è tuo quel posto, non te lo meriti. Forse fu per quello che riuscii a reagire a quel modo ma non saprei dirlo perché della gara non ho alcun ricordo». Lei no, ma Bin Lu sicuramente sì. Indietro di un soffio alla virata dei 50, quando Franziska tocca in 27”21, la cinese è prima a metà gara (56”62) e l’impressione è che la sua giovane rivale abbia speso tutto in una partenza tanto rabbiosa quanto incosciente. Invece, pur nuotando vicinissima ai galleggianti esterni, quasi volesse andarsene da quella corsia che non le spetta, Van Almsick si distende sull’acqua e resta a contatto anche all’ultima virata. Poi, quando la tecnica deve cedere il passo al cuore e alla volontà, quando solo l’adrenalina o la follia può sostituire ciò che i muscoli perdono ad ogni maledetta bracciata e sgambata, il capolavoro. Franzi tiene, forse Bin Lu non la vede o forse si ma non può farci niente, chissà? Il muretto è lì, a pochi centimetri, e l’ultimo colpo di reni è decisivo perché undici centesimi di secondo sono un batter d’ali o poco più.

I primi istanti servono a ritornare nel mondo reale, ad uscire dalla bolla e respirare, finalmente respirare. Poi, con gli occhialini appannati che attenuano la visibilità, lo sguardo è rivolto lassù, in cielo, dove il tabellone elettronico è l’anticamera del paradiso. O dell’inferno. Ci sono dei numeri. C’è un 8 affiancato da una cifra più complessa, 1’56”78, e da tre lettere: NWR. New World Record. Sembra il lieto fine di una fiaba moderna, in cui le streghe cattive e disoneste vengono sconfitte dalla ragazzina buona e indifesa ma in fondo all’anima di Franziska, che qualcuno ha tentato di vendere al diavolo, c’è posto anche per la tristezza. «È stato il momento più bello della mia carriera ma ciò che l’ha preceduto mi ha segnato in profondità».

All’improvviso, ma non troppo, Franziska Van Almsick diventa un’icona e la sua notorietà si allarga ben oltre i bordi di una piscina. In patria (e nel mondo) la ragazzina ben presto diventa una celebrità alla stregua di Boris Becker, Steffi Graf e della modella Claudia Schiffer ma la giovane età e la tendenza alla (sana) trasgressione moltiplicano le attenzioni su di lei. E il diavolo, che ha buona memoria, viene a riscuotere il conto. Il futuro è nelle sue braccia e nella sua avvenenza ma solo la seconda le garantisce sempre la luce dei riflettori perché in acqua le cose non vanno altrettanto bene. Mentre in Europa Franzi resta il punto di riferimento (alla rassegna continentale di Vienna conquista cinque ori e un argento), nel mondo le cose vanno diversamente e la grande attesa per la consacrazione olimpica di Atlanta ’96 viene vanificata dalla costaricana Claudia Poll che le soffia l’oro al termine di una gara assai più lenta rispetto alla finale di Roma.

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Irrequieta e ribelle per vocazione, Franzi non è un mostro di costanza e la sua stella sportiva declina verso l’orizzonte con preoccupante velocità. Per tornare sul gradino più alto del podio ha bisogno delle connazionali in staffetta (ai mondiali di Perth e agli europei di Istanbul) ma dopo Sydney 2000, in cui fallisce addirittura l’accesso alla finale, decide di lasciare il nuoto e dedicarsi al suo nuovo amore, il nazionale di pallamano Stefan Kretzschmar. Di spazio a disposizione nel suo corpo non ve n’è più tanto ma il ventottenne di Lipsia non esita ad arricchire la sua variopinta collezione di tatuaggi collocandovi il volto di Franzi sul polpaccio sinistro. Stefan è l’uomo della svolta, della resurrezione. Con lui Franziska approda nella maturità, nell’accettazione di se stessa e della sconfitta, nel controllo della pressione. Lui la convince a riprovarci, ad affidarsi nuovamente a Norbert Warnatzsch, il primo allenatore, quello che la guidava al di là del muro quand’era ancora una ragazzina ingenua e spensierata. E felice. Il destino, sempre quello, ci mette di nuovo lo zampino perché la federazione europea ha scelto proprio Berlino come sede dei campionati europei 2002. Le tappe di avvicinamento all’evento non sono delle più incoraggianti; Franzi non è più la timida ragazzina di otto anni prima e il suo, adesso, è il corpo di una donna matura. Fin troppo, secondo alcuni tabloid che in un recente passato non hanno esitato a rimproverarle la tendenza ad ingrassare tanto da definirla addirittura “Franzi von Speck”.

Nel mucido catino della Lansberger Alle, la nuova Van Almsick si toglie la ruggine a strati. In batteria fa segnare il terzo tempo complessivo, di quattro secondi e mezzo superiore al suo primato del mondo, ma già in semifinale riesce a scendere sotto i due minuti (1’59”61). Meglio di lei fa solo la rumena Camelia Potec, sia pur di poco, ma il giorno della finale Franzi ha un’unica vera avversaria: se stessa. Quando la tedesca, annunciata dall’altoparlante, fa il suo ingresso nella piscina, sono quasi in tremila a tributarle un’ovazione che la fa rabbrividire ben di più delle linee di febbre con cui si è alzata dal letto. Là fuori, sugli spalti, c’è tutto l’amore della gente per l’idolo che pensava di non rivedere più. Alla presentazione, infagottata dentro la tuta della nazionale quasi a volersi nascondere, Franzi trattiene a stento le lacrime. Fa un paio di inchini e si porta la mano destra appena sotto il collo, proprio lì dove adesso manca il respiro.

La reazione allo starter non è delle più brillanti ma è l’unico attimo di incertezza. Mentre le avversarie sembrano nuotare nell’olio, in un liquido denso che ne rallenta l’azione, alla prima virata Franziska tocca con sette centesimi di anticipo rispetto a quanto fece a Roma: 27”14. Ai 100 metri non c’è più gara e allora l’obiettivo viene puntato sul tempo, che adesso è di oltre mezzo secondo inferiore a quello di Roma ’94. Naturalmente, è una follia. Nessuno al mondo può sostenere un ritmo del genere e la voglia di strafare sta attirando Franzi in un trabocchetto letale, uno dei tanti della sua vita travagliata. Ma ci sono giorni in cui ti senti immortale e oggi è uno di quei giorni. Alla terza virata il cronometro si ferma su 1’26”33, ben 79 centesimi in meno del medesimo passaggio di otto anni prima. La folla impazzisce e vorrebbe prendere di peso la tedesca e portarla verso il traguardo perché capisce che adesso ogni metro di vasca brucia nei muscoli e nella testa. Nonostante tutto, l’armonia non abbandona Franzi che, pur perdendo qualcosa nella linea e sbandando verso sinistra, mantiene un ritmo considerevole. Il tempo scorre impietoso e gli ultimi metri sono una condanna, finché la mano sinistra tocca la piastra e lo ferma, quel tempo maledetto: lo ferma quattordici centesimi prima. Otto anni dopo.

Ecco, si appoggia alla corsia e guarda verso il tabellone luminoso. Ancora non sa. Si toglie gli occhialini e porta la mano sinistra sulla bocca. Si stringe il naso. Non riesce a staccare gli occhi da quello che sta vedendo a caratteri cubitali sopra la sua testa. Ecco, lo fa ora. Ha lo sguardo perso, incredulo, sbigottito. Non crede a ciò che vede. Una smorfia di commozione. Boccheggia. Le sue labbra tremano e si piegano. Butta indietro la testa con un movimento del collo, poi si siede sulla corsia. Alza entrambe le braccia e guarda in alto, oltre il soffitto, oltre il cielo. Forse guarda il paradiso, tanto desiderato. L’inferno ormai è alle spalle e il purgatorio anche. Ora nasconde il viso tra le mani poi, picchia i palmi con violenza sull’acqua, sollevando schizzi. Sembra una bimba sul bagnasciuga. È tornata bambina, la regina. Otto anni cancellati in meno di due minuti. Eccola scivolare sopra gli anelli delle corsie e sedersi sul bordo della piscina, un attimo prima di alzarsi in piedi. I suoi primi passi sulla terra, lei che è appena sbarcata dalla Luna o forse addirittura da Marte, sono incerti, titubanti, tremolanti. Il lungo applauso dei tremila della Landsberger Alle non accena a diminuire di intensità. Sono tutti in piedi e la amano. Sono pazzi di lei. Franziska alza il braccio destro e poi si inginocchia. Sembra un fedele in preghiera rivolto alla Mecca oppure il passaggio di una ballerina durante il lago dei cigni. Sembra soprattutto una ragazza che ha appena ottenuto l’accesso alla tavola dell’immortalità sportiva. Sussulta. Solleva il volto e singhiozza. Piange senza vergogna. Mano destra sul petto e inchino verso il pubblico, un altro ancora, poi si dirige verso l’uscita. Ci saranno altra lacrime quando l’inno tedesco accompagnerà la salita della bandiera, nel momento della premiazione. Com’era la storia del destino? Il destino non esiste. Noi esistiamo, con i nostri dubbi e le nostre paure. E qualche volta ne usciamo vittoriosi.

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