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Sandro Mazzinghi, pugni e rabbia

Il coraggio da gladiatore unito al cuore inesauribile lo resero indomabile sul ring. Dal trionfo mondiale prima su Ralph Dupas, poi su Ki-Soo Kim, alle sconfitte contro Nino Benvenuti, il nome di Alessandro Mazzinghi è sinonimo di leggenda.

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È una storia di pugni e rabbia, di vittorie e capitomboli, di gioie e tragedie, quella di Alessandro “Sandro” Mazzinghi. Che nasce a Pontedera il 3 ottobre 1938 e se non fosse stato per il fratello maggiore Guido, primo maschio di una nidiata di undici figli (di cui solo cinque sopravvissuti), oggi l’Italia del pugilato avrebbe un fuoriclasse in meno da ricordare. E celebrare come è giusto che sia.

Sì, perché Mazzinghi è stato un campione, vero, con la “C” maiuscola, che dopo i primi approcci all’arte della boxe a fianco del fratello, appunto, più vecchio di sei anni, e con il suo primo mentore, Alfiero Conti, che profetizza per lui un avvenire radioso, già conquista un titolo italiano tra gli junores. Certo, la delusione per la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Roma del 1960 è cocente (gli viene preferito Carmelo Bossi nella categoria dei pesi superwelter), ma ha modo di rifarsi l’anno successivo, vincendo a Fort Dix i mondiali militari dove ha la meglio del beniamino di casa, Dean Harrison. Nel frattempo il suo percorso di vita lo ha messo sulla strada del patron della Ignis, Giovanni Borghi, ed il sodalizio, che prende forma proprio in quegli anni, durerà per sempre. E sarà vincente.

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Pur deluso, ancora, dall’esito degli Europei dilettanti di Belgrado, è tempo per Mazzinghi di passare professionista, cosa che puntualmente avviene in settembre, sotto l’attenta tutela del fratello Guido e con la presenza di un’altra figura di spicco nella carriera di Sandro, il manager Adriano Sconcerti. Mazzinghi non sarà un incassatore tra i più irriducibili, ma sul ring è indomabile, ha un pugno che fa male e il coraggio, come il cuore, non gli manca proprio. Diventa ben presto il “Gladiatore di Pontedera“, non fa mistero di ispirarsi a Rocky Graziano (interpretato da un memorabile Paul Newman) ammirato in “lassù qualcuno mi ama“, il pubblico lo apprezza e lo ama senza mezzi termini. Vince spesso, e bene, conoscendo l’onta della sconfitta solo al diciassettesimo incontro (quando si dice la cabala), con il sardo Giampaolo Melis; vola in Francia a demolire a furia di k.o. prima Charley Attali e poi Hyppolite Annex, ancora un paio di vittorie che contano con Tony Montano e Don Fullmer ed ecco l’occasione della vita.

Il 7 settembre 1963, al Vigorelli di Milano, Mazzanghi combatte per il titolo mondiale della neonata categoria dei superwelter contro Ralph Dupas, che detiene la corona dopo le due vittorie con Denny Moyer, e si presenta alla sfida forte di ben 100 vittorie da professionista. E’ altresì vero che conta anche 18 sconfitte, che diventano 19 perché il toscano, che concede all’avversario tre anni di età, 25 contro 28, ma ha pugilato più efficace, lo batte per k.o.t. alla nona ripresa. La profezia di Alfiero Conti si è avverata, Mazzinghi è campione del mondo, quarto italiano della storia a compiere l’impresa dopo Primo Carnera, Mario D’Agata e Duilio Loi, e il futuro sembra appartenergli. Tanto più che qualche mese dopo, il 2 dicembre a Sydney, la rivincita ha pari esito, con un secondo titolo conquistato da Mazzinghi ancora per k.o.t., stavolta alla tredicesima ripresa. Nondimeno, porta sul volto i segni di due battaglie cruente.

Ma quel che la vita ti ha dato, spetto se lo riprende, con tanto di interessi. E Sandro, che nel gennaio 1964 è convolato a nozze con la signora Vera, dopo dodici giorni è vittima di un incidente stradale che costa la vita alla moglie e procura al campione la frattura della scatola cranica e la chiusura di un labirinto auricolare. Bum, come d’incanto la gioia del successo si trasforma nella disperazione dell’evento luttuoso, per uscire dal quale altra via di fuga non vi è che la boxe.

E a boxare Mazzinghi torna, velocemente e con profitto, il che gli porta in dote due difese della corona mondiale, contro Tony Montano che va giù al tappeto alla dodicesima ripresa, e Fortunato Manca, che regge all’assalto del campione ma è sconfitto con verdetto ai punti.

All’orizzonte si profila, ormai, l’ombra del nuovo che avanza, ovvero l’altro idolo delle folle tricolori, Nino Benvenuti, lui sì che alle Olimpiadi di Roma ci andò e vinse pure l’oro dei pesi welter, per poi diventare campione italiano dei pesi medi. Niente di meglio per la stampa dell’epoca che “montare” la rivalità tra i due pugili, amplificandone le differenze stilitische così come mettendone a confronto le diverse individualità. L’appuntamento è fissato per il 18 giugno 1965, il palcoscenico è lo Stadio di San Siro a Milano e quel che ne vien fuori è una sfida tra le più epiche della boxe italiana. Che per l’occasione assume valenza mondiale.

Mazzinghi recriminerà sempre di non aver completamente recuperato dall’incidente d’auto dell’anno prima per un match imposto alla Federazione (pena la squalifica), fatto è che Benvenuti lo mette al tappeto con un montante destro alla sesta ripresa, detronizzandolo. La rivincita non si fa attendere ed è programmata per il 17 dicembre al Palazzetto dello Sport di Roma. Ancora una volta Mazzinghi va giù, al secondo round, ma all’”8″ torna in piedi e con la sua boxe di coraggio ed ardore, in controtendenza all’esibizione stilistica del rivale triestino, mena le danze fino alle due ultime riprese quando Benvenuti riemerge da una possibile sconfitta e con un finale in crescendo convince i giudici ad assegnargli la vittoria ai punti. Il che, inevitabilmente, scatena la contestazione del clan di Mazzinghi che non mancherà di affermare di sentirsi defraudato della vittoria.

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Sembra che la carriera del pugile di Pontedera volga al capolinea. Figurarsi. Da gran combattente qual è, Mazzinghi ha ancora voglia di mostrarsi campione, e l’Europa l’acclama con il titolo continentale conquistato a spese del francese Yoland Leveque, che a Roma il 17 giugno 1966 va k.o. alla dodicesima ripresa. Seguono quattro difese convincenti della corona, con lo svedese Bo Hogberg (battuto a Stoccolma per k.o.t. alla quattordicesima ripresa), il francese Jean Baptiste Rolland (k.o.t. al decimo round), il britannico Wally Swift (k.o.t alla sesta ripresa), e l’altro transalpino Jo Gonzales (che va giù al quarto round).

Corre l’anno 1967 e le strane combinazioni della vita, che hanno visto il coreano Ki-Soo Kim strappare a Nino Benvenuti il titolo mondiale, concedono a Mazzinghi un’altra, forse inattesa chance iridata. E il “Gladiatore” non spreca l’occasione. Il 26 maggio 1968, in uno Stadio di San Siro vestito a festa, 60.000 appassionati, che altro non attendono che osannare il campione toscano, vengono ripagati da un match di rara bellezza, con il coreano che pare in netta difficoltà all’inizio, sovrastato dalla boxe arrembante di Mazzinghi, che infine deve però attendere il verdetto dei giudici per conquistare la vittoria e tornare sul tetto del mondo.

La rivincita, indiretta, con il “nemico” Benvenuti è consumata, resta da scrivere a questo punto l’ultimo capitolo di una carriera che definire straordinaria non è certo un azzardo. Il 25 ottobre Mazzinghi accoglie la sfida del temibile Freddie Little, detto il “professore” per la sua tecnica senza pecche, che proprio con Ki-Soo Kim aveva perduto ai punti la controversa sfida che aveva regalato la cintura mondiale al coreano. Ancora una volta Sandro se la gioca davanti ai pubblico amico di Roma, nel consueto scenario da tutto esaurito del Palazzetto dello Sport, ma stavolta le ferite riportate, tra le quali quelle prodotte da una testata scorretta dello sfidante al quinto round, obbligano l’arbitro Aniello (lo stesso della seconda sfida tra Benvenuti e Mazzinghi) a dover decidere se squalificare Little o acclamarlo vincitore ai punti. Opta per un no-contest che conserva il titolo a Mazzinghi, ma la Federazione italiana insorge a sua volta e qualche giorno dopo revoca la decisione assegnando il titolo al pugile statunitense.

La bella storia agonistica di Mazzinghi si chiude qui, tra vittorie, gioie, drammi e la rabbia senza pace di quel che poteva essere e non è stato con Nino Benvenuti: poco importa, quel che è sicuro è che Mazzinghi è stato un fuoriclasse. Che assurge al rango di leggenda della boxe tricolore.

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Un articolo originariamente pubblicato sul sito Sport Historia.

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